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Ma che cos’è la deonomastica?

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 29 maggio 1985
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-6


[1]
Quel rubinetto chiamato Robert
[2]
Non vi è certamente italiano di media cultura che, sentendo parlare di una perpetua, non interpreti la voce come «domestica di un ecclesiastico» di età matura (quella che era ed è detta età sinodale, cioè superiore agli anni quaranta, secondo le prescrizioni del Concilio di Trento) anche se di domestiche credo che anche i preti, per lo più di modeste condizioni economiche, debbano ormai fare a meno e siano costretti ad accudire personalmente alla loro casa.
[3]
È inutile dire che Perpetua è il nome della «serva» di Don Abbondio «affezionata e fedele, che sapeva obbedire e comandare, secondo l’occasione», come dice il Manzoni.
[4]
E poiché parliamo del famoso curato manzoniano, nessuno, sentendo applicare il nome di Don Abbondio a qualcuno piò pensare che si tratti di un uomo coraggioso, capace di reazione di fronte ai soprusi.
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Anche rodomonte, sacripante, gradasso vengono alla memoria a notare certi personaggi della letteratura che designano ormai nomi comuni.
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La mente corre subito a un bel libro, uscito nel 1925, ristampato con un supplente nel 1968, di quel grande studioso della lingua italiana che fu Bruno Migliorini.
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Il titolo di quell’opera era Dal nome proprio al nome comune ed è stato fino a ieri il punto di riferimento per ogni trattazione sull’argomento e lo è anche oggi per un recentissimo libro di Enzo La Stella che porta nel titolo una parola che manca ai più recenti vocabolari: deonomastica.
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Il questo caso il sottotitolo Vocaboli derivati da nomi propri con corrispondenti da nomi propri con le corrispondenti forme francesi, inglesi, spagnole e tedesche tende, anche se non esclusivamente, a spiegare il titolo che è Dizionario storico di deonomastica.
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Di largo uso fra i linguisti sono onomastica «insieme di nomi proprio di una lingua o di una regione e il loro studio» e toponomastica «insieme dei nomi di luogo e il loro studio»: ma deonomastica è voce nuova, certamente molto recente.
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L’Autore fa varie distinzioni: antroponimi o nomi personali, etonomi o nomi di popoli e razze, tribù e toponimi o nomi di luogo e in parte queste distinzioni sono note, come si è visto sopra.
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Il criterio di La Stella è quanto mai vasta e va dal tipo mausoleo, nome che originariamente designava il monumento funebre costituito nel 350 avanti Cristo a Mausolo nella città di Alicanasso ed ora applicato a qualunque altro grandioso monumento funebre, a pastorizzazione per designare, com’è noto, il processo di sterilizzazione inventato da Pasteur; da galvanizzare a filippica; da lolita a garibaldino, da gianduiotto a bastian contrario; da rubinetto (in quanto diminutivo di Robert, nomignolo dato in francese al montone perché le cannelle delle fontane spesso erano decorate con una testa, appunto, di montone, a durindana, in origine la spada di Orlando ed ora scherzosamente appellata ad ogni genere di grossa spada; da scotch «whisky» e «nastro adesivo», dal nome degli scozzesi, a schiavo «(prigioniero) slavo» a sodomia, dal nome della città della Palestina meridionale dove accadde quello che accadde; da baionetta, dalla città di Bayonne, a lillipuziano, abitante di Lilliput nei Viaggi di Gulliver di J. Swift. Come si vede, è tutto un intreccio di realtà e di invenzione in cui riconosciamo una delle qualità precipue della lingua, la fantasia creatrice.
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L’arco così ampio ha portato, forse, nel libro di La Stella a qualche squilibrio di incertezza.
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Così, per esempio, ho anche dubbio sull’opportunità di includere parole che trovano la loro origine in epiteti di santi o divinità come «intemerata» «forte rabbuffo» (dall’inizio di una preghiera latina alla Madonna: O intemerata Virgo ) e come strenna che risale ad una voce (latino strena) considerata dagli antichi di origine sabina (forse adattamento di una voce etrusca= che vuol dire «dono» e che non pare dunque un deonomastico. Forse l’equivoco è storto perché pare che esistesse il derivato Strenia «dea dei presagi favorevoli»; o clacson che è stato in origine un marchio di fabbrica come altri, pure accolti nel Dizionario.
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Se proprio, dunque, vogliamo trovare un difetto è per troppo vigore.
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Ma non si debbano tacere i meriti del volume, edito da Olschki di Firenze (lo stesso editore del libro di Migliorini), che sono tanti.
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La raccolta paziente di materiali si risolve in una lettera molto istruttiva e insieme piacevole: e questo non è poco parlando di un libro di linguistica.

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