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Maarten Janssen, 2014-
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L’ultimo dei puristi
Language column
La lingua che parliamo
Author
Tristano Bolelli
Date
27
novembre
1982
more header data
[1]
Una
figura
alquanto
singolare
,
anche
se
indubbiamente
minore
,
del
nostro
Ottocento
fu
Ferdinando
Ranalli
,
lette3rato
,
professore
a
Pisa
e
a
Firenze
,
autore
di
varie
opere
storiche
,
deputato
al
Parlamento
,
che
visse
fra
il
1813
e
il
1894
.
[2]
Non
ci
interessa
per
le
sue
idee
politiche
che
si
espressero
in
vari
campi
,
come
,
per
esempio
,
in
una
proposta
di
lega
fra
gli
Stati
italiani
compresa
l’
Austria
,
o
nell’
affermazione
che
a
Roma
non
c’
era
posto
,
allo
stesso
tempo
,
per
un
papa
e
per
un
re
.
[3]
La
sua
bizzarria
fu
soprattutto
esercitata
nella
letteratura
,
in
cui
fu
tenace
avversario
del
romanticismo
,
e
nella
lingua
,
in
cui
fu
un
intransigente
purista
,
tanto
da
arrivare
a
scrivere
come
un
letterato
del
Cinquecento
.
[4]
Fu
chiamato
l’
«
ultimo
dei
puristi
»
ma
più
che
ultimo
sarebbe
stato
opportuno
chiamarlo
il
più
accanito
dei
puristi
.
[5]
Leo
Pestelli
che
,
con
grazia
e
arguzia
,
mi
precedette
nella
redazione
della
presente
rubrica
,
in
pagine
gustose
rievocò
il
Ranalli
e
i
suoi
Ammaestramenti
di
lingua
,
usciti
nel
1840
,
ristampati
più
volte
,
ma
,
come
lo
stesso
Pestelli
dice
,
«
oggi
per
nostra
fortuna
,
introvabili
»
.
[6]
Eppure
,
direi
che
anche
da
quelle
sciagurate
posizioni
del
Ranali
,
nemico
,
figuriamoci
,
dei
Promessi
Sposi
,
che
non
gli
parevano
linguisticamente
raccomandabili
,
possiamo
trarre
qualche
insegnamento
.
[7]
Se
è
vero
che
egli
diceva
Il
Signor
delle
Carte
per
Descartes
,
il
suo
errore
non
era
tanto
di
voler
ad
ogni
costo
tradurre
il
nome
del
grande
matematico
e
filosofo
francese
,
quanto
quello
di
dimenticare
che
,
nell’
uso
italiano
comune
,
Descartes
è
chiamato
,
con
una
latinizzazione
umanistica
,
Cartesio
.
[8]
Errore
inverso
fanno
oggi
quegli
italiani
che
dicono
di
essere
stati
,
in
un
viaggio
in
Jugoslavia
,
a
Zadar
o
a
Dobrovnik
,
invece
che
a
Zara
o
a
Ragusa
.
[9]
Che
le
due
città
,
già
veneziane
,
siano
ora
jugoslave
,
non
vuole
dire
nulla
.
[10]
Nessuno
racconta
di
essere
stato
a
London
,
a
Paris
o
ad
Snt
werpen
ma
dice
di
essere
stato
a
Lontra
,
a
Parigi
o
ad
Anversa
.
[11]
Quando
una
lunga
tradizione
linguistica
si
è
instaurata
,
non
c’
è
nessuna
ragione
di
adottare
le
forme
straniere
.
[12]
Tornando
al
Ranalli
,
egli
si
batté
perché
si
dicesse
non
umanità
ma
«
università
degli
uomini
»
,
non
truppe
ma
«
milizie
»
,
non
privazione
ma
«
sacrifizio
»
,
non
partito
ma
«
fazione
,
setta
o
parte
»
.
[13]
E
così
sosteneva
che
si
dovesse
dire
«
erario
»
per
finanze
,
«
ufficiali
»
per
funzionari
,
«
perdono
»
per
amnistia
,
«
cattura
»
per
arresto
,
«
compilazione
»
per
redazione
,
«
camerlingo
»
(
addirittura
)
per
«
ricevitore
»
e
via
di
questo
passo
,
con
una
puntigliosità
miope
unita
ad
una
assoluta
incapacità
di
sentire
l’
urgenza
di
termini
che
via
via
si
affiancavano
agli
antichi
per
nuovi
valori
,
nuove
funzioni
,
nuove
sfumature
.
[14]
Che
allora
le
cose
potessero
apparire
diverse
da
come
si
presentano
oggi
è
provato
dal
fatto
che
perfino
nel
Vocabolario
del
Tommaseo
,
privazione
nel
senso
di
privarsi
volontariamente
o
no
di
qualche
cosa
di
necessario
,
utile
o
gradito
,
è
presentato
come
«
non
necessario
»
.
[15]
Ma
ciò
che
più
sorprende
o
urta
è
che
il
Ranalli
non
solo
odiava
,
fra
le
parole
nuove
,
quelle
di
origine
francese
,
certamente
straripanti
nell’
Ottocento
,
ma
quelle
prese
dal
latino
o
dal
greco
in
tempi
recenti
e
in
questo
Pestelli
gli
dava
sorprendentemente
ragione
,
benché
lo
trattasse
di
noiosissimo
e
di
pedante
,
citando
fobia
,
euforia
,
cremare
,
seviziare
,
rispettivamente
per
paura
,
benessere
(
o
serenità
)
,
bruciare
(
incenerire
)
,
torturare
.
[16]
Come
si
vede
,
si
tratta
di
voci
ben
installate
nell’
uso
di
oggi
;
ciascuna
coppia
(
fobia
:
paura
;
euforia
:
benessere
o
serenità
;
cremare
:
bruciare
;
seviziare
:
torturare
)
non
potrebbe
essere
ridotta
ad
una
voce
sola
perché
i
due
valori
non
si
ricoprono
perfettamente
.
[17]
Di
fronte
a
prese
di
posizione
come
quelle
del
Ranalli
,
sta
l’
illuminata
concezione
di
Giacomo
Leopardi
,
pronto
ad
ammettere
voci
nuove
,
non
contenute
nel
morto
Vocabolario
della
Crusca
,
proclive
a
considerare
il
lessico
latino
e
greco
come
un
prezioso
serbatoio
dal
quale
attingere
,
quando
sia
necessario
,
neologismi
.
[18]
Questa
posizione
non
va
confusa
con
quella
di
chi
introduce
indiscriminatamente
voci
straniere
inutili
né
con
quella
dei
gretti
puristi
.
[19]
Leopardi
aveva
capito
perfettamente
che
la
lingua
è
un
organismo
vivo
e
che
per
essa
il
ricambio
degli
elementi
costitutivi
è
essenziale
entro
i
limiti
del
mantenimento
della
propria
individualità
storica
.
[20]
Tristano
Bolelli
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