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Non so quanti sappiano che il cognome Sciascia, reso celebre, anche fuori d'Italia, dal romanziere e saggista, viene da un vezzeggiativo di Rosaria. La sua area comprende il siciliano, il calabrese, il napoletano e il pugliese. Questa e molte altre notizie su diversissimi cognomi si imparano dal « Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria ›› che un illustre vegliardo tedesco, Gerhard Rohlfs, ha recentemente pubblicato a Ravenna (editore Longo). All'età di ottantasette anni il Rohlfs, superstite di una gloriosa generazione di dialettologi, ha esplorato in lungo e in largo l'Italia per salvare quante più vestigia di antiche parole fosse possibile, in un attivo peregrinare a contatto con persone del popolo che tramandavano, specialmente in zone isolate, montane e spesso impervie, dialetti più o meno lontani dalla lingua italiana, testimoni di civiltà e di culture che vanno via via scomparendo.
Dalla Calabria
Rohlfs compì il suo primo viaggio in Italia poco più che ventenne, poi soggiorno specialmente nel Salento e in Calabria, di cui ha dato dei poderosi vocabolari dialettali. Egli è anche l'autore di una « Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti » in tre volumi, che è il testo a cui tutti gli studiosi di linguistica e di dialettologia italiana fanno riferimento. Proprio questo fanno, oltre al « Dizionario dei cognomi e dei soprannomi calabresi », il Rohlfs ha pubblicato un « Vocabolario dei vernacoli toscani » in una rivista dell'Accademia della Crusca in cui sono raccolte voci delle aree marginali della Toscana.
Si sa quanto autori recenti abbiano cercato di rinnovare la lingua introducendo termini dialettali e attingendo a un serbatoio che ha costituito per essi ciò che per gli scrittori francesi sono i gerghi. Infatti, in confronto con l’italiano, il francese è relativamente povero di dialetti ma è ricchissimo di gerghi, di quelle parlate, cioè, che costituiscono un mezzo di comunicazione fra gruppi di persone che pongono fra sé e gli altri una barriera linguistica con la creazione e l'uso di parole foggiate apposta per essere intese da singoli gruppi (e vi è un gergo della malavita, un altro degli studenti, altri che si riferiscono a singoli mestieri). Quello che abbiamo chiamato serbatoio di voci dialettali italiane è tale da costituire una ricchezza non del tutto sfruttata e forse inesauribile.
Se prendiamo un vocabolario, eccellente al suoi tempi ed ancor oggi esemplare, quelle di Policarpo Petrocchi compilato fra il 1880 e il 1891, vediamo che le parole sono stampate in due distinti piani. In quello che è in fondo alla pagina e fu chiamato il sottosuolo, l'Autore pose due tipi di voci: quelle arcaiche, non più dell'uso, e quelle dialettali ma, si badi bene, dei dialetti toscani, le prime molto più numerose (l'italiano è una lingua dotta ed arcaica), le altre che, nonostante la loro frequente espressività, non sono ancora entrate nella lingua comune. Qualche volta i due strati coincidono.
Per esempio, una volta io sentii in Versilia dire da una popolana che un certo individuo era da evitare perché era donnesco. Intendeva dire che gli piacevano le donne e si comportava in conseguenza. Registrai questa voce poi volli vedere se era contenuta nei vocabolari. Ed ecco che il Petrocchi, nella sezione inferiore, nel sottosuolo dunque, registra la voce anche col significato di « inclinato alle donne » e rimanda al Forteguerri, l'autore pistoiese, vissuto fra '600 e '700, del poema intitolato « Il Ricciardetto ». Volendone sapere di più, mi rivolsi dapprima a Tommaseo, poi al « Grande Dizionario della lingua italiana ›› che si stampa a Torino (quello che comunemente si chiama il Battaglia) e trovai un riferimento alla galanteria dei Francesi nell'esempio: « la gente franca / ch'è si donnesca come il mondo dice ».
Donneto, canneto
Abbiamo qui una sicura concordanza fra il donnesco della popolana versiliese e il donnesco del Forteguerri. È un esempio splendido di un termine che i vocabolari hanno accolto solo per la presenza in un autore (e neppure di grande rilievo) mentre si tratta evidentemente di una parola popolare viva nella Toscana periferica, conservatrice di antiche tradizoni linguistiche.
Subito dopo donnesco, nel solito sottosuolo del Petrocchi, troviamo donneto col significato di «adunanza di donne », presente in un autore senese del ‘500, Girolamo Bargagli, e in Iacopo Nelli, anch’egli senese, che visse fra il 1673 e il 1767. Subito qui il linguista tende le orecchie. Tutti e due gli autori sono di Siena e proprio in quella città sarà da ricercare l’origine di una parola così espressiva come donneto, formato certo su canneto « insieme di canne », pioppeto « insieme di pioppi » ecc. Ebbene, la voce appare viva almeno fino al 1944 (ma è probabile che qualcuno la usi ancora) perché figura in una « Raccolta di voci e di modi di dire in uso nella città di Siena e nei suoi dintorni » a cura di vari autori per l’Accademia senese degli Intronati pubblicata, appunto, quell’anno.
È, dunque, un caso simile a quello di donnesco e mi domando quale importante mezzo espressivo questa voce potrebbe essere nell’uso di un valido autore italiano moderno.
Tornando al Rohlfs, sono moltissime le voci che, vive in quella specie di limbo che è la Toscana periferica, potrebero aspirare a entrare nel vocabolario italiano comune. Si pensi al corso guadina « ruscello » ( da guado), all’elbano codèrzola che designa quella formica che tiene la parte posteriore rialzata, al versiliese coppetta « occipite, parte posteriore della testa » e a tante altre voci.
Concludendo, possiamo affermare che Firenze non deve essere vista, con il Manzoni canonico, come il solo ed unico serbatoio al quale attingere l’italiano. In una fase precedente proprio il Manzoni fu per una toscanità più ampia, poi si sgomentò quando vide che proprio in Toscana esisteva una ricchissima messe di parole per disegnare la stessa cosa. Non per nulla egli raccontò che viaggiando in ferrovia da Lucca a Firenze, un francese, suo compagno di viaggio, aveva notato in tre stazioni ferroviarie dei cartelli con: uscita, sortita ed egresso. Si disse, evidentemente: « Troppa grazia Sant'Antonio ››.
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