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Maarten Janssen, 2014-
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Burrasca nel dizionario
Language column
La lingua che parliamo
Author
Tristano Bolelli
Date
24
novembre
1984
more header data
[1]
Forse
soltanto
chi
ha
lavorato
per
lunghi
anni
ad
un
vocabolario
(
ed
io
sono
fra
questi
)
può
apprezzare
appieno
l’
immensa
opera
che
,
nel
suo
appuntamento
biennale
,
ci
dà
l’
Unione
Tipografica
Editrice
Torinese
col
Grande
Dizionario
della
lingua
italiana
di
cui
è
sucito
il
dodicesimo
volume
che
incomincia
e
finisce
con
due
parole
disusate
nel
mondo
del
mare
e
della
navigazione
,
quasi
a
simboleggiare
il
periglioso
viaggio
dell’
opera
che
molti
attendono
con
ansia
per
l’
incomparabile
quantità
di
materiale
raccolto
e
ordinato
scrutando
nel
tessuto
della
lingua
e
della
civiltà
italiana
.
[2]
Il
presente
volume
infatti
(
non
si
spaventi
il
lettore
)
va
dalla
voce
sconosciuta
orada
«
tempesta
di
mare
,
burrasca
»
che
vi
viene
d’
oltralpe
ed
ha
origine
remota
nel
latino
aura
«
vento
»
,
attestata
da
un
esempio
di
Bonvesin
da
la
Riva
di
Milano
,
vissuto
fra
Duecento
e
Trecento
,
ad
un’
altra
voce
,
anch’
essa
oggi
sconosciuta
,
perezare
«
navigare
»
,
presente
nell’
Anonimo
Genovese
(
anch’
egli
vissuto
fra
Duecento
e
Trecento
)
,
di
area
ligure
,
da
una
forma
dialettale
corrispondente
all’
italiano
pareggio
«
viaggio
per
mare
,
navigazione
»
che
alcuni
connettono
con
pareggio
«
tratto
di
mare
prospiciente
a
una
fascia
costiera
»
,
forse
d’
origine
spagnola
,
ma
giunta
attraverso
il
francese
,
altri
,
con
pileggio
,
che
si
trova
nel
Boccaccio
col
valore
di
«
rotta
di
navigazione
»
.
[3]
Vorremmo
che
queste
due
paroline
,
apparentemente
poco
interessanti
,
facessero
riflettere
un
istante
.
[4]
Né
l’
una
né
l’
altra
esistono
nel
Dizionario
di
Tommaseo
e
nella
Crusca
per
la
quale
,
però
,
il
discorso
deve
limitarsi
alla
prima
perché
fu
interrotta
nella
sua
ultima
edizione
,
alla
lettera
O
.
[5]
Oggi
abbiamo
un
concetto
molto
diverso
di
come
vada
fatto
un
vocabolario
che
,
per
essere
italiano
,
non
può
,
a
priori
,
scartare
ciò
che
non
venga
dai
grandi
autori
toscani
o
toscaneggianti
,
così
come
non
deve
escludere
parole
modernissime
.
[6]
Certo
,
la
volontà
documentaria
porta
a
registrare
,
oltre
a
parole
disusate
,
voci
straniere
andate
fuori
uso
,
riassorbite
,
come
si
dice
,
dalla
lingua
.
[7]
Ed
infatti
ecco
il
francesismo
orangeria
«
Serra
adatta
a
coltivare
gli
aranci
e
altri
agrumi
nei
climi
settentrionali
o
a
riparare
tali
piante
d’
inverno
»
ed
anche
«
settore
di
un
giardino
abbellito
da
piante
di
arancio
in
vaso
o
in
cassone
»
,
con
l’
esempio
di
Scipione
Maffei
:
«
-
Che
le
par
di
questo
orto
?
–
È
opportunissimo
/
per
promenate
;
manca
solamente
/
l’
orangeria
»
,
in
cui
la
sciattezza
dei
versi
è
pari
all’
indiscriminata
accoglienza
fatta
a
voci
straniere
come
orangeria
e
promenata
(
«
passeggiata
»
)
propria
del
Settecento
,
quando
l’
italiano
corse
il
rischio
di
soccombere
per
poi
conoscere
una
riscossa
in
cui
cacciò
via
sia
l’
orangeria
sia
la
promenata
.
[8]
E
queste
osservazioni
valgono
per
chi
,
scorrendo
il
Dizionario
,
si
chieda
perché
sono
registrate
voci
come
quelle
di
cui
abbiano
parlato
.
[9]
Nelle
prime
pagine
figura
orbace
che
è
,
come
si
sa
,
il
tessuto
sardo
prodotto
dalla
lana
di
pecore
e
che
designò
il
tessuto
nero
dei
fascisti
(
in
particolare
dei
gerarchi
)
e
la
divisa
stessa
.
[10]
La
parola
è
di
origine
araba
ed
equivalente
ad
albagio
.
[11]
Anche
in
questo
caso
si
vede
quale
importanza
–
sia
pure
per
ragioni
storiche
ma
proprio
per
questo
interessanti
–
ha
l’
elemento
dialettale
nella
compagine
dell’
italiano
.
[12]
Diverso
è
il
caso
di
orbaco
che
,
in
area
settentrionale
e
toscana
,
designa
l’
alloro
ed
è
voce
attestata
nel
Trecento
ma
ripresa
da
Giovanni
Pascoli
(
«
“
Ecco
l’
orbaco
”
:
disse
Dore
,
entrando
/
con
un
ramo
d’
alloro
umido
in
mano
»
)
.
[13]
Gli
esempi
da
noi
scelti
sono
periferici
alla
lingua
italiana
che
generalmente
parliamo
:
ma
abbiamo
voluto
mostrare
come
sia
necessario
saper
leggere
anche
(
forse
sarebbe
meglio
dire
soprattutto
)
un
vocabolario
.
[14]
Tristano
Bolelli
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