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Si parla molto di minoranze linguistiche ma poiché è più facile parlare che fare escono poche opere che rappresentano un reale avanzamento della nostra conoscenza della realtà.
L’Italia è tanto ricca di varietà dialettali che sarebbe un grande errore non prendere in considerazione le nostre prime e seconde parlate, quelle che fanno meno scalpore e che pure contengono tanti aspetti della cultura del popolo. Tempo fa, per esempio, uscì una rivista etnoantropologia e linguistico-letteraria il cui nome, tradotto, è «Il nido d’aquila» che forniva notizie sul Brigasco, nome col quale si designano le località che risultarono divise in vari tronconi: quello di Briga Marittima e con Morignolo, passato alla Francia, quello in Piemonte di Piaggia, Upega e Carnino nel comune di Briga. Alta in provincia di Cuneo e Realdo e Verdeggia in Liguria in provincia di Imperia.
L’auspicio di veder compiuto un vocabolario di circa 30 mila parole, allora annunciato, trova in parte realizzazione in un’opera che si presenta in un ricco, lussuoso volume di Pierleone Massaholi, Cultura alpina in Liguria col sottotitolo Rrealdo e Verdeggia, di 256 pagine (Editrice Sagep, Genova), che è un contributo importante perché prende in considerazione, in singoli capitoli, oltre alla descrizione dell’area brigasca, le attività economiche, la vita sociale e spirituale delle località studiate. Ovviamente il linguista corre subito a vedere il Glossarlo che comprende 3300 termini che forniscono un ampio complonario delle voci più significative; ma Pierleone Massajoli ci dà anche un capitoletto sui dialetti delle due località e qui cominciano le difficoltà per la collocazione delle due parlate: piemontesi, liguri, provenzali, franco-provenzali?
Anche gli abitanti di Realdo e di Verdeggia, come quelli dei centri di Briga Alta, dicono di venire da Briga Marittima e si vantano di origini provenzali, ma elementi liguri (e magari alcuni non sono estranei a certe varietà provenzali) appaiono chiaramente nelle parole fornite dal Glossario e dalla morfologia. E si accenna a questo solo come inizio di analisi.
La famosa gara tra un toscano e un genovese per pronunziare una frase col minor numero eli consonanti possibile, fu vinta, come è noto, dal genovese. Se il toscano si rifugiò in un: lo vidi un’aquila volare, in cui le consonanti sono meno delle vocali, il genovese trionfò dicendo: a èia e ùc? «aveva le ali?» in cui di consonanti non ce ne sono affatto. Ci ha pensato, però, la lingua letteraria a provocare un qualche restauro se è vero che oggi si sentirebbe più frequentemente: a l’aveiva a ac? In cui le consonanti sono, tuttavia, pochissime.
La labilità delle consonanti interne del ligure è nota: una delle più caratteristiche è la r fra vocali che sparisce del tutto, tanto che «marito» si dice mdiu c «marina» si dice maina. Troviamo nel Glossario di Realdo e Verdeggia parole come muu «muro», eda «caro, a caro prezzo», comda «comare di battesimo», froda a Realdo e frotna a Verdeggia «fodera». D’altra parte le finali in -a degli infiniti dei verbi come assardóa «saldare» o brutegisa «sporcare» rappresentano anch’esse tratti liguri.
Ma questo è un discorso appena iniziale che non vuole allontanarsi da quella prudenza di cui dà prova il Massajoli il cui libro, ricco di osservazioni su ogni aspetto della vita rurale, costituisce sicuramente, oltreché una piacevole lettura, una utilissima fonte di lavoro. Crediamo che l'analisi linguistica di quelle località debba procedere. Si tratta, mollo probabilmente, di varietà dialettali in cui convergono tratti diversi.
Del resto si sa che ogni classificazione comporta pur sempre l'osservazione di elementi di varia provenienza. Ogni lingua ed ogni dialetto è misto e le classificazioni sono sempre fatti generali e. finché non si è giunti alla fine delle analisi, in buona parte provvisori. Perfino il latino, anzi specialmente il latino, che a noi pare saldo ed unitario come una roccia, è una lingua mista con elementi molto vari, di origini diversissime come si sa ormai da tempo.
Tristano Bolelli
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