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Quando, tempo fa, proposi che nel vocabolario italiano fosse accolto ufficialmente l’aggettivo spreciso non sospettavo che si sarebbe acceso un dibattito che è arrivato fino a porre l’interrogativo che può apparire sproporzionato alla modestia dell'assunto: « A chi spetta l'ultima parola riguardo la lingua italiana? » Così, infatti, suona un articolo che riassume diverse posizioni ma, per quello che mi concerne, impreciso (si noti che non uso spreciso), comparso in un quotidiano.
Alessandro Manzoni non avrebbe avuto esitazioni: l'ultima parola spetta all'uso, che egli scriveva addirittura con l'iniziale maiuscola. Ecco le sue parole, scritte nel 1836: « L'Uso, come è l'unica causa che faccia le parole esser buone, vere, legittime parole di una lingua, così è l'unico segnale per riconoscer quelle che ne siano; e dev'essere, per conseguenza, la generale, suprema, unica legge del registrar parole in un vocabolario, che è il ritratto d'una lingua ».
La sola cosa da aggiungere è che il ritratto è variabile con l'andar del tempo e che la lingua acquista e perde via via elementi che contraddistinguono la sua fisionomia.
Nell'ambito del naturale svolgersi di questa vicenda è possibile individuare elementi che si affacciano e riscontrarne altri che si offuscano e, di fronte a chi vorrebbe avere un'autorità che stabilisse ciò che va accettato e ciò che va respinto, ci si dovrebbe ricordare della posizione di Giacomo Leopardi che, opponendosi all’autorità della Crusca, rivendicava il suo diritto di usare voci che la Crusca non registrava: « Queste ed altre molte parole - egli scriveva - e molte significazioni di parole, e molte forme di favellare adoperate in queste canzoni, furono tratte non dal Vocabolario della Crusca, ma da quell'altro Vocabolario dal quale tutti gli scrittori classici italiani, prosatori o poeti (per non uscir dell'autorità), dal padre Dante fino agli stessi compilatori del Vocabolario della Crusca, incessantemente e liberamente derivarono tutto quello che parve loro convenevole, e che fece ai loro bisogni o comodi; non curandosi che quanto essi pigliavano prudentemente dal latino fosse o non fosse stato usato da' più vecchi di loro ».
Dunque, da una parte l'uso, dall'altra il diritto degli autori di introdurre neologismi, specialmente se presi « prudentemente » dal latino, che è stato e continua ad essere un grande serbatoio di parole potenziali per l'italiano, per le altre lingue romanze e, in un certo senso, attraverso soprattutto 1'inglese, per tutte le lingue del mondo.
Certo, anche in questi principi ci sono dei limiti invalicabili. I neologismi possono anche apparire di eccellente fattura ma se non sono confortati da una sicura adozione da parte degli utenti della lingua nazionale, non hanno forza vitale. Si pensi alla fine che fece una bella parola riesumata da Gabriele D'Annunzio per designare l'aeroplano: velivolo, che si rifaceva all'aggettivo latino velivolus « che corre con le vele », detto ovviamente delle navi, e del mare stesso « solcato dalle vele (delle navi) », presente in poeti latini. Chi dice oggi: « Vado all'aeroporto a prendere un velivolo »? Tutti dicono aereo. Velivolo è usato solo in certi casi quando, cioè, nella terminologia aeronautica, si vuole designare un aeromobile che vola senza un apparato motore. La voce dannunziana era bellissima, piena di echi poetici, ma non fu accettata dalla lingua comune. Qui potremmo fare un'osservazione generale e cioè che una voce poetica viene spesso relegata a designare un termine tecnico, secondo una vicenda ben nota ai linguisti che possono riscontrarla in diverse epoche della storia. Si pensi, al contrario, ad un termine recentissimo, nato in un tavolo burocratico, ludoteca, che designa un luogo dove i bambini sono accompagnati per giocare e per prendere a prestito giocattoli. Il termine è già usato nel linguaggio ufficiale di comuni che hanno istituito appositi locali per i giochi infantili ed esiste in francese (ludothèque), in tedesco (Ludothek) mentre l'inglese ha toy library o altro composto con toy « giocattolo ».
Ogni critica a ludoteca, voce formata con un primo elemento latino (ludo- « gioco ») e un secondo greco (-teca, quello di biblioteca, pinacoteca e perché no? cineteca, che originariamente significava « area, scrigno »), si rivolge soprattutto a chi, in qualsivoglia parte d'Europa, ha creato la voce, certo con le migliori intenzioni del mondo. Questo ludoteca è, per ora, di difficile digestione; ma, a forza di usarlo (se si userà) potrebbe diventare indifferente anche se nato come un ibrido. Ibrido, del resto, è automobile che ha, però, il primo termine greco ed il seconde latino. E poiché stiamo osservando la costruzione delle parole, al posto di ludoteca si sarebbe potuto proporre pegmoteca o pegmatoteca, tutto con elementi greci (paigmós o paîgma, -atos in greco hanno il significato di « gioco »); ma non vorrei davvero essere chiamato onomafurgo che il compianto Bruno Migliorini usò per dire « creatore di parole », riesumando una voce classica che compare in un dialogo di Platone, il Cratilo, che tratta, appunto, di questioni riguardanti il linguaggio.
Tristano Bolelli
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