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Maarten Janssen, 2014-
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I bimbi felici nella «ludoteca»
Language column
La lingua che parliamo
Author
Tristano Bolelli
Date
22
luglio
1980
more header data
[1]
Quando
,
tempo
fa
,
proposi
che
nel
vocabolario
italiano
fosse
accolto
ufficialmente
l’
aggettivo
spreciso
non
sospettavo
che
si
sarebbe
acceso
un
dibattito
che
è
arrivato
fino
a
porre
l’
interrogativo
che
può
apparire
sproporzionato
alla
modestia
dell
'
assunto
:
«
A
chi
spetta
l
'
ultima
parola
riguardo
la
lingua
italiana
?
»
Così
,
infatti
,
suona
un
articolo
che
riassume
diverse
posizioni
ma
,
per
quello
che
mi
concerne
,
impreciso
(
si
noti
che
non
uso
spreciso
)
,
comparso
in
un
quotidiano
.
[2]
Alessandro
Manzoni
non
avrebbe
avuto
esitazioni
:
l'
ultima
parola
spetta
all'
uso
,
che
egli
scriveva
addirittura
con
l'
iniziale
maiuscola
.
[3]
Ecco
le
sue
parole
,
scritte
nel
1836
:
«
L'
Uso
,
come
è
l'
unica
causa
che
faccia
le
parole
esser
buone
,
vere
,
legittime
parole
di
una
lingua
,
così
è
l
'
unico
segnale
per
riconoscer
quelle
che
ne
siano
;
e
dev'
essere
,
per
conseguenza
,
la
generale
,
suprema
,
unica
legge
del
registrar
parole
in
un
vocabolario
,
che
è
il
ritratto
d'
una
lingua
»
.
[4]
La
sola
cosa
da
aggiungere
è
che
il
ritratto
è
variabile
con
l'
andar
del
tempo
e
che
la
lingua
acquista
e
perde
via
via
elementi
che
contraddistinguono
la
sua
fisionomia
.
[5]
Nell'
ambito
del
naturale
svolgersi
di
questa
vicenda
è
possibile
individuare
elementi
che
si
affacciano
e
riscontrarne
altri
che
si
offuscano
e
,
di
fronte
a
chi
vorrebbe
avere
un'
autorità
che
stabilisse
ciò
che
va
accettato
e
ciò
che
va
respinto
,
ci
si
dovrebbe
ricordare
della
posizione
di
Giacomo
Leopardi
che
,
opponendosi
all’
autorità
della
Crusca
,
rivendicava
il
suo
diritto
di
usare
voci
che
la
Crusca
non
registrava
:
«
Queste
ed
altre
molte
parole
-
egli
scriveva
-
e
molte
significazioni
di
parole
,
e
molte
forme
di
favellare
adoperate
in
queste
canzoni
,
furono
tratte
non
dal
Vocabolario
della
Crusca
,
ma
da
quell'
altro
Vocabolario
dal
quale
tutti
gli
scrittori
classici
italiani
,
prosatori
o
poeti
(
per
non
uscir
dell'
autorità
)
,
dal
padre
Dante
fino
agli
stessi
compilatori
del
Vocabolario
della
Crusca
,
incessantemente
e
liberamente
derivarono
tutto
quello
che
parve
loro
convenevole
,
e
che
fece
ai
loro
bisogni
o
comodi
;
non
curandosi
che
quanto
essi
pigliavano
prudentemente
dal
latino
fosse
o
non
fosse
stato
usato
da'
più
vecchi
di
loro
»
.
[6]
Dunque
,
da
una
parte
l'
uso
,
dall'
altra
il
diritto
degli
autori
di
introdurre
neologismi
,
specialmente
se
presi
«
prudentemente
»
dal
latino
,
che
è
stato
e
continua
ad
essere
un
grande
serbatoio
di
parole
potenziali
per
l'
italiano
,
per
le
altre
lingue
romanze
e
,
in
un
certo
senso
,
attraverso
soprattutto
1
'
inglese
,
per
tutte
le
lingue
del
mondo
.
[7]
Certo
,
anche
in
questi
principi
ci
sono
dei
limiti
invalicabili
.
[8]
I
neologismi
possono
anche
apparire
di
eccellente
fattura
ma
se
non
sono
confortati
da
una
sicura
adozione
da
parte
degli
utenti
della
lingua
nazionale
,
non
hanno
forza
vitale
.
[9]
Si
pensi
alla
fine
che
fece
una
bella
parola
riesumata
da
Gabriele
D'
Annunzio
per
designare
l'
aeroplano
:
velivo
lo
,
che
si
rifaceva
all'
aggettivo
latino
velivolus
«
che
corre
con
le
vele
»
,
detto
ovviamente
delle
navi
,
e
del
mare
stesso
«
solcato
dalle
vele
(
delle
navi
)
»
,
presente
in
poeti
latini
.
[10]
Chi
dice
oggi
:
«
Vado
all'
aeroporto
a
prendere
un
velivolo
»
?
[11]
Tutti
dicono
aereo
.
[12]
Velivolo
è
usato
solo
in
certi
casi
quando
,
cioè
,
nella
terminologia
aeronautica
,
si
vuole
designare
un
aeromobile
che
vola
senza
un
apparato
motore
.
[13]
La
voce
dannunziana
era
bellissima
,
piena
di
echi
poetici
,
ma
non
fu
accettata
dalla
lingua
comune
.
[14]
Qui
potremmo
fare
un'
osservazione
generale
e
cioè
che
una
voce
poetica
viene
spesso
relegata
a
designare
un
termine
tecnico
,
secondo
una
vicenda
ben
nota
ai
linguisti
che
possono
riscontrarla
in
diverse
epoche
della
storia
.
[15]
Si
pensi
,
al
contrario
,
ad
un
termine
recentissimo
,
nato
in
un
tavolo
burocratico
,
ludoteca
,
che
designa
un
luogo
dove
i
bambini
sono
accompagnati
per
giocare
e
per
prendere
a
prestito
giocattoli
.
[16]
Il
termine
è
già
usato
nel
linguaggio
ufficiale
di
comuni
che
hanno
istituito
appositi
locali
per
i
giochi
infantili
ed
esiste
in
francese
(
ludothèque
)
,
in
tedesco
(
Ludothek
)
mentre
l'
inglese
ha
toy
library
o
altro
composto
con
toy
«
giocattolo
»
.
[17]
Ogni
critica
a
ludoteca
,
voce
formata
con
un
primo
elemento
latino
(
ludo
-
«
gioco
»
)
e
un
secondo
greco
(
-
teca
,
quello
di
biblioteca
,
pinacoteca
e
perché
no
?
cineteca
,
che
originariamente
significava
«
area
,
scrigno
»
)
,
si
rivolge
soprattutto
a
chi
,
in
qualsivoglia
parte
d'
Europa
,
ha
creato
la
voce
,
certo
con
le
migliori
intenzioni
del
mondo
.
[18]
Questo
ludoteca
è
,
per
ora
,
di
difficile
digestione
;
ma
,
a
forza
di
usarlo
(
se
si
userà
)
potrebbe
diventare
indifferente
anche
se
nato
come
un
ibrido
.
[19]
Ibrido
,
del
resto
,
è
automobile
che
ha
,
però
,
il
primo
termine
greco
ed
il
seconde
latino
.
[20]
E
poiché
stiamo
osservando
la
costruzione
delle
parole
,
al
posto
di
l
udoteca
si
sarebbe
potuto
proporre
pegmoteca
o
pegmatoteca
,
tutto
con
elementi
greci
(
paigmós
o
paîgma
,
-atos
in
greco
hanno
il
significato
di
«
gioco
»
)
;
ma
non
vorrei
davvero
essere
chiamato
onomafurgo
che
il
compianto
Bruno
Migliorini
usò
per
dire
«
creatore
di
parole
»
,
riesumando
una
voce
classica
che
compare
in
un
dialogo
di
Platone
,
il
Cratilo
,
che
tratta
,
appunto
,
di
questioni
riguardanti
il
linguaggio
.
[21]
Tristano
Bolelli
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