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I bimbi felici nella «ludoteca»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 22 luglio 1980


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Quando, tempo fa, proposi che nel vocabolario italiano fosse accolto ufficialmente l’aggettivo spreciso non sospettavo che si sarebbe acceso un dibattito che è arrivato fino a porre l’interrogativo che può apparire sproporzionato alla modestia dell'assunto: « A chi spetta l'ultima parola riguardo la lingua italiana? » Così, infatti, suona un articolo che riassume diverse posizioni ma, per quello che mi concerne, impreciso (si noti che non uso spreciso), comparso in un quotidiano.
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Alessandro Manzoni non avrebbe avuto esitazioni: l'ultima parola spetta all'uso, che egli scriveva addirittura con l'iniziale maiuscola.
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Ecco le sue parole, scritte nel 1836: « L'Uso, come è l'unica causa che faccia le parole esser buone, vere, legittime parole di una lingua, così è l'unico segnale per riconoscer quelle che ne siano; e dev'essere, per conseguenza, la generale, suprema, unica legge del registrar parole in un vocabolario, che è il ritratto d'una lingua ».
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La sola cosa da aggiungere è che il ritratto è variabile con l'andar del tempo e che la lingua acquista e perde via via elementi che contraddistinguono la sua fisionomia.
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Nell'ambito del naturale svolgersi di questa vicenda è possibile individuare elementi che si affacciano e riscontrarne altri che si offuscano e, di fronte a chi vorrebbe avere un'autorità che stabilisse ciò che va accettato e ciò che va respinto, ci si dovrebbe ricordare della posizione di Giacomo Leopardi che, opponendosi all’autorità della Crusca, rivendicava il suo diritto di usare voci che la Crusca non registrava: « Queste ed altre molte parole - egli scriveva - e molte significazioni di parole, e molte forme di favellare adoperate in queste canzoni, furono tratte non dal Vocabolario della Crusca, ma da quell'altro Vocabolario dal quale tutti gli scrittori classici italiani, prosatori o poeti (per non uscir dell'autorità), dal padre Dante fino agli stessi compilatori del Vocabolario della Crusca, incessantemente e liberamente derivarono tutto quello che parve loro convenevole, e che fece ai loro bisogni o comodi; non curandosi che quanto essi pigliavano prudentemente dal latino fosse o non fosse stato usato da' più vecchi di loro ».
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Dunque, da una parte l'uso, dall'altra il diritto degli autori di introdurre neologismi, specialmente se presi « prudentemente » dal latino, che è stato e continua ad essere un grande serbatoio di parole potenziali per l'italiano, per le altre lingue romanze e, in un certo senso, attraverso soprattutto 1'inglese, per tutte le lingue del mondo.
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Certo, anche in questi principi ci sono dei limiti invalicabili.
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I neologismi possono anche apparire di eccellente fattura ma se non sono confortati da una sicura adozione da parte degli utenti della lingua nazionale, non hanno forza vitale.
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Si pensi alla fine che fece una bella parola riesumata da Gabriele D'Annunzio per designare l'aeroplano: velivolo, che si rifaceva all'aggettivo latino velivolus « che corre con le vele », detto ovviamente delle navi, e del mare stesso « solcato dalle vele (delle navi) », presente in poeti latini.
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Chi dice oggi: « Vado all'aeroporto a prendere un velivolo »?
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Tutti dicono aereo.
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Velivolo è usato solo in certi casi quando, cioè, nella terminologia aeronautica, si vuole designare un aeromobile che vola senza un apparato motore.
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La voce dannunziana era bellissima, piena di echi poetici, ma non fu accettata dalla lingua comune.
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Qui potremmo fare un'osservazione generale e cioè che una voce poetica viene spesso relegata a designare un termine tecnico, secondo una vicenda ben nota ai linguisti che possono riscontrarla in diverse epoche della storia.
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Si pensi, al contrario, ad un termine recentissimo, nato in un tavolo burocratico, ludoteca, che designa un luogo dove i bambini sono accompagnati per giocare e per prendere a prestito giocattoli.
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Il termine è già usato nel linguaggio ufficiale di comuni che hanno istituito appositi locali per i giochi infantili ed esiste in francese (ludothèque), in tedesco (Ludothek) mentre l'inglese ha toy library o altro composto con toy « giocattolo ».
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Ogni critica a ludoteca, voce formata con un primo elemento latino (ludo- « gioco ») e un secondo greco (-teca, quello di biblioteca, pinacoteca e perché no? cineteca, che originariamente significava « area, scrigno »), si rivolge soprattutto a chi, in qualsivoglia parte d'Europa, ha creato la voce, certo con le migliori intenzioni del mondo.
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Questo ludoteca è, per ora, di difficile digestione; ma, a forza di usarlo (se si userà) potrebbe diventare indifferente anche se nato come un ibrido.
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Ibrido, del resto, è automobile che ha, però, il primo termine greco ed il seconde latino.
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E poiché stiamo osservando la costruzione delle parole, al posto di ludoteca si sarebbe potuto proporre pegmoteca o pegmatoteca, tutto con elementi greci (paigmós o paîgma, -atos in greco hanno il significato di « gioco »); ma non vorrei davvero essere chiamato onomafurgo che il compianto Bruno Migliorini usò per dire « creatore di parole », riesumando una voce classica che compare in un dialogo di Platone, il Cratilo, che tratta, appunto, di questioni riguardanti il linguaggio.
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Tristano Bolelli

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