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SE UN MASCHILE TERMINA CON LA «A»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 22 marzo 1986


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Il poliglotto nell’agguato francese
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Vi è stato un massiccio intervento di lettori che mi hanno scritto che Standa non è abbreviazione di «Società Tutti Articoli Nazionali dell’Arredamento e dell’Abbigliamento», come avevo scritto recentemente e come si legge nel Vocabolario di Zingarelli, ma deriva da un precedente Standard che il fascismo, nel volere italianizzare tutto, ridusse a Standa.
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La questione è sorta quando una lettrice mi chiese perché Standa è femminile, mente secondo lei dovrebbe essere maschile, sottintendendo «magazzino».
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Certo, la spiegazione dello Zingarelli, che probabilmente tratta dal volume Il siglario mondiale di enti e imprese economiche di ben 1252 pagine, edito dalla Banca Commerciale Italiana nel 1977, ragione del genere femminile ma la diversa origine fornita dai lettori di molte parti d’Italia, che, cioè, Standa è derivato da Standard, obbliga a cercare altrove la causa del genere grammatica.
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Probabilmente si deve dar i conti con «Società» sottinteso ma anche bisogna far caso alla desinenza -a che, come è noto, caratterizza la grandissima maggioranza dei femminili.
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I più tirano i meno, e su questo proverbio Giuseppe Giusti scrisse un sonetto: ma si potrebbe applicare tale proverbio alle parole per spiegare quello che con termine tecnico si chiama in linguistica «analogia».
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Non mancano le accezioni, parole, cioè, che, essendo maschili, finiscono in -a (aroma, boia, collega, despota, dogma, duca, monarca, patriarca, patriota, pilota, poema, poeta, problema, teorema, vaglia e qualche altro).
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Sono un discreto numero ma quanti sono i maschili che terminano in -o? infinitamente di più, ed ecco che non c’è da meravigliarsi se una nuova in -a è a assunta come femminile.
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Ma, per non lasciare a mezzo il discorso, ci sono anche dei maschili in -a che erano originariamente in -o: stratega, neofita, autodidatta, poliglotta, prosèlita, parassita.
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Queste voci, se si guarda alla loro origine etimologica (dal greco) dovrebbero avere alla fine un -o e suonare stratego, neofito, autodidatto, poligrlotto, prosélito, parassito: e molte di queste forme figurano nei testi e nell’uso con -o, tanto che il Grande Dizionario di Battaglia come esponente neòfito mettendo fra parentesi neòfita o neòfito.
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Di fronte alla doppia serie di queste voci si ha l’impressione che quelle in -a siano, in generale, più moderne.
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Ma dobbiamo pur renderci conto del perché del cambiamento.
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La serie dei maschili in -a che, come aroma, dogma, monarca, ecc. sono di origine greca (ma con qualche caso, come collega, latina) non hanno ammesso forme parallele in -o ed hanno certamente influito per cambiare in -a un legittimo -o; ma a questa è forse da aggiungere un’altra ragione: l’influenza francese.
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Se autodidatto, fedele all’origine greca (autodidaktos) si è visto affiancare da un autodidatta, ciò pare dovuto al fatto che in francese autodidacte è attestato fin dal 1557, mentre la nostra voce compare solo nell’Ottocento.
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A neòfito (dal latino tardo neophytus, che è voce greca) si affianca neòfita quando la voce non solo designò «chi da poco ha abbracciata una religione» ma anche (e ciò avvenne alla fine del 700) «chi ha aderito da poco a una nuova idea» avendo subito l’influenza del francese néophyte, attestato fin dal 1759.
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Prendiamo, per un’ulteriore prova, parassito e parassita.
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La forma in -o è generale, dalle attestazioni più antiche fino all’800.
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La voce viene dal latino parasitus che riproduce il greco pardsitos e significa etimologicamente «chi sta vicino al cibo».
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Nel secolo scorso comprare la forma parassita, per probabile influsso del francese parasite.
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Questo complicato intrecciarsi di dorme mostra come anche nei problemi linguistici che sembrano più semplici occorre riflettere per vederci chiaro.
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Se i giornali Stella d’Italia e La Partia di Bologna del 10 dicembre 1880 pubblicavano una dichiarazione sulla capacità di un giovane pologlotto (che era poi Alberto Trombetti) firmata da quattro professori, due dei quali erano Giosue Carducci e Gian Battista Gandino, la parola diventerà presto, nell’uso, poliglotta.
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Anche in questo caso l’etimologia era da ricercare nel greco polyglottus; ma fin dal 1639 era in agguato il francese polyglotte.
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I nostri poliglotto e poliglotta sono attestati da poco prima della metà del 700, cioè un secolo più tardi e non pare avventato sostenere che la voce francese abbia influito sulla vittoria di poliglotta su poliglotto.

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