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Parole da pensare

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 27 novembre 1980
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page7
Column4-6


[1]
Non sfugge a nessuno l'importanza di conoscere quali siano, in una lingua, le parole più frequentemente usate e con ragione si è biasimata la tendenza di certe grammatiche di lingue straniere a proporre, negli esercizi preliminari, termini molto rari prima di altri di uso comune.
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Imparare, studiando il tedesco, una frase come « Il cappellino della zia è ornato di penne di struzzo », prima di « Mamma, ho fame, vorrei mangiare » è stata una tortura che molti di noi hanno conosciuto.
[3]
Ora siamo in grado, per le principali lingue, compreso l'italiano, di conoscere le parole di più alta frequenza, anzi di avere liste di parole in ordine di frequenza.
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E superfluo dire che è stato necessario usare un calcolatore elettronico, dopo una preparazione di testi scelti fra opere di teatro romanzi e novelle, saggi, carteggi, articoli di giornali e riviste, opere tecniche.
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Ovviamente ogni lista di parole in ordine di frequenza ha un valore di approssimazione perché il calcolatore elettronico è una macchina perfetta, ma, come è stato detto, stupida.
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Gli errori, se ce ne sono, si devono attribuire all'uomo che nella macchina ha immesso il materiale.
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Questo è tanto vero che i due Dizionari di frequenza dell'italiano, uno pubblicato ad Amsterdam e uno pubblicato a Pisa, non vanno d'accordo.
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In uno la parola più frequente è la preposizione di, nell'altro è l'articolo il.
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La cosa è normale perché i testi dai quali i due vocabolari hanno tratto i loro materiali sono diversi.
[10]
Quando ho parlato di approssimazione non l'ho fatto a caso.
[11]
Prese le prime quaranta parole, trenta sono le stesse nei due vocabolari, sia pure in diversa posizione di frequenza, e perciò l'utilità di questi dizionari non può essere messa in dubbio.
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È, pero, chiaro che in un testo di fisica atomica troveremo frequentemente la parola neutrone e in uno di anatomia ipòsi, mentre negli altri tipi di testi non le troveremo mai o quasi mai.
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Occorre, perciò, non trascurare il concetto di « dispersione » che consiste nel prendere in esame i tipi di testi usati.
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Abbiamo parlato sopra di opere di teatro, romanzi, giornali, ecc.: ebbene, se una parola compare in tutti i tipi di testi la sua dispersione è massima, se compare in un solo tipo la dispersione è minima.
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Basta moltiplicare la frequenza per la dispersione per avere un risultato che ci permette di valutare più correttamente l'uso delle parole.
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Tenendo conto di questi principi è stato compilato e pubblicato alla fine della Guida all'uso delle parole di Tullio De Mauro, Roma 1980, una lista di 6690 parole di cui 2000 costituiscono il cosiddetto vocabolario fondamentale, 2937 un altro vocabolario di alto uso, 1753 il vocabolario di alta disponibilità.
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Il controllo per le prime due categorie è stato fatto verificandone la comprensibilità da parte di ragazzi e di ragazze di terza media e di adulti che abbiano un diploma non superiore alla terza media.
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La terza categoria (quella delle parole di alta disponibilità) è più aleatoria.
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Si tratterebbe, per citare l'Autore, di « parole che diciamo o scriviamo raramente ma che pensiamo con grande frequenza ».
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Qui siamo di fronte all'aspetto più opinabile di tutta l’operazione.
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C'è, però, il vantaggio che le parole dei tre strati sono scritte con caratteri diversi e una verifica è perciò agevole.
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Un'osservazione che viene fatta immediatamente perché riguarda la prima parola del vocabolario è che, pur essendo presenti le congiunzioni e ed o e le preposizioni di e da, manchi la a: la sola spiegazione possibile è che si tratti di una svista e Dio solo sa a quante sviste vanno soggetti i compilatori di vocabolari.
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Se qualcuno poi chiedesse quale parola - al di fuori delle particelle - sia la più frequente in italiano, ebbene, ecco la risposta: la parola cosa che, nel Lessico di frequenza preparato a Pisa a cura di U.
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Bortolini, C.
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Tagliavini, A.
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Zampolli, occupa il quarantunesimo poste.
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Si tratta della parola più indeterminata, più dispersiva, più vuota di tutto il vocabolario italiano e qualcuno potrebbe esser indotto a trarre delle pericolose conseguenze sul carattere di chi usa una lingua in cui tale voce appare come la più frequente.
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Ma vorrei ammonire che una tale deduzione non potrebbe essere considerata legittima; non dalla parola cosa, o meglio dalla sua frequenza, possiamo sicuramente dedurre quale sia il carattere degli Italiani.
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Tristano Bolelli

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