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Pinocchio tradotto dal Toscano

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 21 maggio 1981
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-7


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IN uno dei più gustosi sonetti di Renato Fucini si parla di due popolani (naturalmente pisani), uno dei quali spiega al- l'altro che cosa è un centenario.
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Le sue parole suonano così: « Te crepi oggi d'un corpo (colpo) 'n der cervello; Doppo cent’anni non ti fanno niente... Er centinario (centenario) tuo sarebbe 'vello (quello) ». Non è questo il caso di Pinocchio che ha, fra l'altro, la peculiarità di essere il centenario non di un uomo ma di un libro. Tutti ne parlano, tutti ne scrivo- no. È lui, il burattino, e non l'autore, il personaggio del cen- tenario. Di Manzoni, di Dante, di Galileo si celebrano i centenari della nascita e della morte, dell'autore di Pinocchio si parla pochissimo; egli stesso si è celato alla pubblicità cambiandosi perfino il nome di Lorenzini in quello del borgo dove era na- ta la madre, Collodi. Eppure, oltre all'invenzione, grandissi- ma, Collodi vive attraverso la lingua che ha insaporito l'ope- ra sua ma che, oggi come oggi, risulta troppo carica di tosca- nismi. Mi spiego e mi confesso. Quando leggo Pinocchio ai miei nipotini faccio un'opera- zione che ritengo assolutamente biasimevole sul piano di quella filologia che, da linguista, venero sommamente. Rac- comando sempre ai miei scolari di sforzarsi di penetrare il significato letterale dei testi, operazione indispensabile per qualunque altro discorso, storico, sociologico o letterario che sia. Ma coi miei nipotini come faccio a leggere Pinocchio così come è scritto? Insomma, io'ogni tanto (e ne arrossisco) cambio qualche
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parola o qualche costruzione.
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Come faccio a far digerire ai
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miei nipotini cose che, insegnando loro i rudimenti dell’ ita-
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liano, consiglio di evitare?
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Fin dalla prima pagina si legge
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« Il fatto gli è che un bel giorno... » con quel gli troppo to-
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scano per essere raccomandato.
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Peggio ancora per « Poi si
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messe in ascolto .
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Messe?
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Ma ormai tutti dicono mise.
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Po-
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co più in c'è: ,« Che cosa fate costì per terra?
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Quel to-
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scanissimo costì, insieme con codesto è indigesto a tutti gli
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italiani non toscani che non conoscono se non questo e quello.
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Avranno torto, ma per codesto, costì, costà, costaggiù, co-
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stassù la partita mi sembra perduta e prego i toscani di non
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lapidarmi.
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Un giovane una volta mi scrisse una lettera dicendo che
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si era laureato a Torino e che si era perfezionato in codesta
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università.
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Ogni toscano avrebbe riferito codesta alla Uni-
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versità dove mi trovavo io ma era evidente che, nell'inten-
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zione del, giovane, si trattava di Torino.
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Andando avanti,
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sempre nelle prime pagine di Pinocchio, si legge: «Quan-
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do ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a
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lavorare a buono .
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Quell'a buono è anch'esso un toscani-
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smo ed ai miei nipotini (arrossendo sempre di più) dico la-
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vorare con buon volontà, di lena.
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Alla fine del capitolo III Geppetto dice piangendo: « Scia-
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gurato figliuolo.
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E pensare che ho penato tanto a farlo un
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burattino per bene.
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Ma mi sta il dovere!
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Dovevo pensarci
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prima!...
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Quel mi sta il dovere nessuno lo dice più, a me-
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no che non si trovi relegato in qualche isolato angolino della
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Toscana.
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Al capitolo IV c'è un entrò dentro che, se pur vivo in To-
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scana, appare per lo meno sovrabbondante e proprio del par-
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lato.
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Ancora: « Io non me ne anderò di qui . Ora la forma
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comune è andrò.
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Così nel capitolo vi si trovano giranio per
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geranio e « Bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare
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di tutto » con un abboccati detto di persone che mangiano
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senza difficoltà ogni sorta di cibo, di uso ormai provinciale.
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Al capitolo xxx si legge: « A quella scampanellata compar-
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vero subito due can mastini vestiti da giandarmi ». Quel
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giandarmi per gendarmi come faccio a proporlo a dei bam-
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bini?
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Insomma anche Pinocchio presuppone dei ragazzi abba-
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stanza grandi perché capiscano la realtà di un testo e le ra-
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gioni dei diversi registri linguistici.
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Anche per questa via si
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sarebbe indotti a dire che Pinocchio è più adatto ai grandi
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che ai piccoli o che, come tutti i capolavori, ha un pubblico
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vastissimo a diversi livelli di educazione e di istruzione.
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I to-
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scanismi si spiegano con la situazione linguistica di cent'an-
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ni fa, che era, anche esagerando, sotto l'influenza esercitata
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da Alessandro Manzoni e dalla sua posizione in favore del
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fiorentino.
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Graziadio Isaia Ascoli si oppose ma con questo
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discorso entriamo proprio in un ragionamento che non pos-
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so proporre, per i suoi presupposti civili e politici, a dei bam-
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bini di pochi anni.
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BolLS210581
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