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Dante (in dialetto) perde la tramontana

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 20 gennaio 1982
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column1-4


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DUNQUE, abbiamo anche un Pinocchio in piemontese, tra- dotto con cura da Guido Griva e pubblicato da Viglongo.
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La traduzione è in un « piemontese parlato nel secolo scorso e rimasto letterariamente vivissimo anche oggi , come è det- to nella parte introduttiva. La traduzione di opere celebri italiane in parlate locali costituisce un aspetto interessante di una cultura che caratterizza il nostro Paese, ricco come nessun altro di varietà linguistiche. Oltre ad opere letterarie in prosa e in versi (e basterà qui ricordare il Porta per il mi- lanese, Pascarella e Trilussa per il romanesco, il Meli per il siciliano, ma non vorrei trascurare l'ineffabile, seppur mi- nore, Sgner Pirein di Antonio Fiacchi per il bolognese) esi- stono traduzioni di classici spesso stampate di fronte al te- sto originale. Ne cito qualcuna perché spesso presentano tro- vate gustose; in cui 1'espressionismo linguistico raggiunge ri- sultati notevoli e la volontà di rendere intelligibili i testi por- ta ad interpretazioni spontanee ed ingenue. E questo special- mente nelle opere in poesia in cui anche le ragioni della ri- ma entràno a determinare certe soluzioni. Prendiamo la Divina Commedia tradotta in dialetto vene- ziano e annotata da Giuseppe Cappelli, stampata nella cele- bre Tipografia del Seminario di Padova nel 1875. Ecco co- me è resa la prima celebre terzina: A meza strada de la vita umana /Me son trovà drento una selva scura / Ché persa mi gavea la tramontana. È impagabile questo povero Dante che, avendo smarrito la diritta via, confessa di aver perso la tra- montana: Se perdere la tramontana vuol dire « perdere la testa , ecco già nella traduzione veneziana interpretato in modo non equivoco il sigificato allegorico del testo. Fra le traduzioni di classici ha una sua particolare posizio- ne quella in bolognese dell'Orlando Furioso di Eraclito Man- fredi che il testo integrale senza nessun falso pudore, nep- pure per lo scabrosetto canto ventottesimo. Ma un'opera che ebbe grandissima fortuna nel '600 e nel '700, ed è ben comprensibile per ragioni religiose e morali tipiche della Controriforma, è la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Vorrei richiamare l'attenzione sulla tradu- zione bergamasca pubblicata a Venezia nel 1670, di Carlo Assonica, in cui Goffredo di Buglione è chiamato il General da (dabbene), il « molto egli oprò col senno e con la ma- no è reso con (com ass dis) de ma e de pe (fece - come si dice - di mani e di piedi) e gli avversari di Goffredo sono chiamati razza renegada (razza rinnegata) mentre il Tasso aveva parlato « d`Asia e di Libia il popol misto . Anche la
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traduzione napoletana di Gabriele Fasano del 1706 rende « il Capitano » del Tasso con Chillo gran Hommo de valore (quel grand'uomo di valore) e i suoi avversari armate canaglie.
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Ampiamente parafrasa la traduzione genovese, opera di diversi autori, che fu stampata in una bella edizione senza data ma certamente del '700 ad opera di Bernardo Tarigo che esordisce (traduco) « Canto quello che gli altri han già cantato in altre lingue e io canto in genovese / Il Sepolcro di Cristo liberato / Dal grande Goffredo che vi spese / San- gue e sudore, perché l'ha contrastato / Fin col Diavolo, quel brutto arnese ». Come si vede il « molto egli oprò col senno e con la mano » è diventato questa volta « spese sangue e su- dore , in modo molto realistico. Quando poi il Tasso dice « e in van l'Inferno vi s'oppose , il traduttore mette in cau- sa il diavolo in persona, chiamato addirittura « brutto ar- nese ». Fra i marinai di un tempo - quellí che andavano a pesca- re nel Tirreno e nell'Adriatico - il poema del Tasso era mol- to popolare e spesso i nomi degli eroi dei poemi cavallereschi erano imposti ai loro figli. Anche dai pochi esempi che abbiamo dato, possiamo giun- gere ad una conclusione. La letteratura dialettale di traduzio- ne poetica del passato, pur essendo sicuramente influenzata dalla lingua originale, cercava di affrancarsi con espressioni vive, popolaresche. Più che la fedeltà, alla quale mira e de- ve mirare il concetto moderne di traduzione, erano perseguiti l’immediatezza, il calore, la partecipazione popolare, il rea- lismo. Queste doti sono evidenti nelle rappresentazioni po- polari nelle quali fatti ed episodi epici sono sempre presenti (penso ai pupi siciliani e ai famosi Maggi della Lucchesia e della Garfagnana che hanno spesso come eroe Goffredo di Buglione, il « capitano della Gerusalemme), ma sono comu- ni alle traduzioni di opere classiche nelle quali il popolo an- Che non colto si immedesimava.
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BolLS200182

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