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INVENZIONI DI SCRITTORI

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 19 giugno 1985


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Venne, vide e relazionò
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Leggiamo nel romanzo di un autore contemporaneo, Luigi Santucci: «In quel suo innocente singhiozzare la Pia aveva due registri, secondo che parlasse col parroco o con la gente mortale e peccatrice del borgo».
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In linguistica, ma certo anche il semplice, comune lettore che voglia rendersi conto di quello che legge non può fare a meno di arrestarsi un momento su quello slinguottare, evidentemente derivato di lingua a designare il molto parlare, il chiacchierare di una linguacciuta, visto come continuo movimento della lingua che, non per nulla, è considerata, fra tutti gli organi della fonazione, come il più mobile.
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L’autore avrebbe potuto usare spettegolare ma non avrebbe raggiunto l’intensità del neologismo slinguottare che non si trova nei vocabolari, che sono sempre arretrati (ed è ben naturale) rispetto all’incessante evolversi della nostra capacità di esprimersi, tanto è vero che l’immobilità assoluta in un fatto vivo come il linguaggio non si può mai raggiungere.
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Prendiamo un altro passo dello stesso autore: «E dopo quelle litigate s’aggrappava a strapazzare le compagne; in musica Demo (si tratta di un personaggio del romanzo) doveva accettare la sua bestievolezza».
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Quest’ultima parola, bestievolezza, è derivata da bestievole, riportato dai Dizionari del Tommaseo e del Battaglia con un solo esempio antichissimo e dato per morto, a causa, possiamo aggiungere, della concorrenza vittoriosa di bestiale, col derivato bestilità, tutti e due ancora in uso.
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Ebbene, a me pare che bestievolezza nel contesto citato stia benissimo e non importa davvero se manca nei vocabolari.
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Passiamo ad un altro autore, Leonardo Sciascia, che in un suo volume usa voci e locuzioni del tutto nuove eppure immediatamente comprensibili: per esempio netturbe per «nettezza urbana» o coppia matrimoniata in cui è presente il recupero di una voce antica, il verbo matrimoniare dato come desueto sui vocabolari.
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Di più complessa interpretazione è il verbo finale nella frase: «Non sappiamo quello che ci capiterà prima che scuri», in cui è da vedere una voce del verbo scurare fin qui ignoto perché è da escludere uno scurire che avrebbe dato o uno scurisca [illeggibile???] o un impossibile scura.
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Anche afforcare per «imprecare» è una felice riesumazione e fa venire in mente la terribilità di Giovan Battista Vico: «I plebei sollevati dovettero afforcare i nobili», mentre compagnoneria «qualità di compagnone» con un’implicita connotazione di allegria e di sguaiataggine è termine noto ai vocabolari che hanno solo compagnone.
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Qualche volto l’uso della parola è ironico.
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Io sono sicuro che Sciascia non userebbe mai in contesti normali il verbo relazionare per «fare una relazione»; eppure, quando parla di una commissione venuta per lo studio dei monumenti arabo-normanni scrive: «E venne, vide e relazionò» in cui c’è quel burocratico e beffardo relazionò che richiama nella stessa posizione sintattica il cesariano vinsi in «Venni, vidi, vinsi».
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L’aggettivo omertoso di «omertà» ha una sua originaria impronta e non risulta usato da altri autori.
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A volte Sciascia pare entrare nel merito come quando, visto in un manifesto le due parole messe una accanto all’altra lotta e governa, si chiede «Nascerà il verbo lottagovernare?».
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Si tratta di pochi esempi ma sono spie di un modo originale di elaborare la lingua.
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Del resto Sciascia, anche se in un modo meno diretto, nella sintassi.
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Leggiamo: «Ma non sai che siamo inseguiti? Non sai che forse ci ha veduti entrare in tua casa?».
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Vi è forse una spiegazione (al di del poco probabile uso dialettale) della posizione del tua che precede, invece di seguire, casa.
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Si racconta, in quel passo, di due cristiani che vanno ad avvertire San Paolo di essere inseguiti e di temere per lui.
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Ebbene, anche il resto del brevissimo racconto (poche righe) è anomalo rispetto alla sintassi corrente.
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Cosa abbiamo voluto dire con le nostre osservazioni?
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Che gli scrittori di razza lasciano un segno, sia nell’uso e, a volte, nella creazione delle parole, sia nel modo di disporre il periodo, che rivela, come un’impronta digitale, la loro personalità.

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