Paragraph view

Cultura, pizza e cannibali

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 19 maggio 1982


[1]

Goering diceva che, quando sentiva parlare di cultura, levava la sicura alla pistola. Mussolini, nel 1919, in un articolo sul «Popolo d’Italia», aveva già scritto: «In un uomo di Stato la cosiddetta cultura è, in fin dei conti, un lusso inutile». Oggi, tutti parlano di cultura, ma pochi si chiedono che cosa questa parola voglia dire. I partiti hanno scoperto la cultura, tutti vogliono fare cultura, gli assessorati alla cultura, prima negletti, sono ora ambiti da amministratori non sempre di adeguata istruzione. La parola è dunque diventata di moda anche perché il pretesto culturale permette di amministrare un giro di centinaia di milioni e, in qualche caso, di miliardi. Per queste ragioni i produttori di cultura da anni impiegati in attività serie guardano con sospetto all’abuso che oggi si fa di una parola di cui sarà bene considerare i diversi valori. Non sapendo come definire la cultura, Edouard Herriot disse che la cultura è ciò che resta quando si è dimenticato tutto: si tratta come è chiaro più di un paradosso che di una verità perché la cultura non può fare a meno della memoria.

[2]

Il significato più generale consente di usare cultura in senso etnologico e sociologico, tanto che si sente parlare perfino di cultura dei tagliatori di teste, di cultura del canniball o di cultura della pizza e del minestrone. Un uso così ampio è quello che ci permette di capire come spesso si adoperi la parola per riferirsi ad usi e costumi, quali modesti balli in campagna, quali certe forme di buona o di cattiva educazione come indici o espressioni di cultura. Quest’uso così vasto è nato ai primi di questo secolo. Ora, quando un termine comprende troppi signidicati, perde di valore e finisce col non dire più nulla. Sarà perciò utile vedere la storia della parola. Cultura, nel suo valore reale, non si può intendere se non pensando alla sua origine latina, a quella cultura animi («cultura dell’animo») dalla quale si sono tratti i significati dei tempi più recenti. Si tratta di un traslato da un valore agricolo, cioè cultura o coltura, dopo secolo di uso promiscuo, sono oggi alquanto differenziate perché coltura si usa, per lo più, in senso agricolo, cultura in senso traslato.

[3]

I Romani crearono, per così dire, il concetto di cultura animi traendolo dall’agricoltura e furono spinti a questo dalla necessità di opporre una loro visione della vita spirituale al concetto greco di educazione espresso dal termine paiderìa con cui era indicato un valore di civiltà, interpretato soprattutto come educazione dei giovani. Dicendo cultura animi (ed anche agri cultura) non si usa la semplice parola cultura ma si specifica come, più tardi, nelle locuzioni cultura letteraria, scientifica, filosofica, musicale ecc. non per nulla fin dal Quattrocento e dal Cinquecento si incomincia ad usare il termine coltura o cultura non solo in Italia ma in Francia, accompagnato da specificazioni. Così in un Volgarizzamento del Petrarca del 1478 si trova coltura di religione, nel Tasso coltura delle umane lettere, nel Parini coltura della lingua, nell’Alfieri coltura della letteratura latina e francese, nel Nievo coltura classica, nel Carducci coltura filologica, nel Fogazzaro cultura religiosa, nel Croce cultura storica.

[4]

Ma col Tasso comincia anche l’uso della parola sola in un significato che comprende il complesso delle conoscenze intellettuali formatrici della personalità dell’uomo e che raggiunge anche il più generale valore di istruzione di educazione. Francesco De Sanctis si soffermò sul valore della parola e significativo appare il passo seguente: «Proprio della coltura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali, formare una classe di cittadini più educata e civile, metterla in comunicazione con la coltura straniera, avvicinare e accomunare le lingue sviluppando in esse non quello che è locale ma quello che è comune».

[5]

Ma che il termine, da solo potesse sfumare fino a diventare un’ombra è provato dal Pascoli che si pose il problema in modo diretto, nel seguente, emblematico passo: «A proposito, che cosa è questa cultura? Confesso che non ne ho avuto sempre idea chiara; adesso mi pare che ella debba essere il preparamento dello spirito a ricevere non solo una istruzione speciale e professionale ma anche, e più, ogni seme ideale, che sparga la scienza e l’arte». Benedetto Croce trattò dei rapporti fra cultura e ingegno e sostenne che chi non ha ingegno non ha neanche cultura.

[6]

Così si arriva ad un concetto molto alto della cultura e Corrado Alvaro la intese «in quanto educazione e perfezione interiore, in quanto equilibrio». In tal senso la parola cultura merita di essere raccomandata.

[7]

La cultura è amica della libertà, come del resto la scienza, e non è collocabile in nessuna area specificatamente politica. Se Mussolini o Goering hanno parlato in modo coì distorto è perché erano dei dittatori, mentre, secondo una vecchia tradizione greca, «Solo l’uomo colto è libero».

[8]

Tristano Bolelli


Text view