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Cioè, praticamente vince l’antilingua

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 18 aprile 1981


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In una celebre pagina di Italo Calvino vi è un chiaro esempio del diverso livello linguistico di un cittadino chiamato a testimoniare e di un brigadiere che raccoglie la deposizione.
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Dice il cittadino: « Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei aschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per berlo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata ».
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Il brigadiere, invece, scrive a macchina: « Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali della scantinata, per eseguire l’avviamento dell'impianto termico, dichiara d'essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante ».
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Calvino sosteneva che « avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d'amministrazione, redazioni di giornali e telegiornali scrivono pensano parlano nell'antilingua ».
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Questa antilingua sarebbe inesistente.
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Ma io vorrei far osservare che questa lingua non esiste solo se prendiamo come misura la naturalezza perché, a persuaderci della sua realtà, ci sono pagine e pagine e talora perfino discorsi solenni.
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Alcune spie di questo linguaggio si scoprono anche nel parlare di ogni giorno.
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Certo, negli esempi di Calvino vediamo un punto critico dell'italiano, quello, del resto, che già aveva individuato il Manzoni quando volle porre un centro unico di riferimento nella grande varietà delle parlate italiane.
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Ma io vorrei porre li discorso in altro modo e chiedere quale sarebbe la deposizione al brigadiere di un comune giovane d'oggi.
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Io l'immagino press'a poco così: « Cioè stamattina presto praticamente andavo in cantina; cioè, praticamente, volevo accendere la stufa, cioè ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Cioè ne ho preso uno per bermelo a cena. Chiaramente non ne sapevo nulla », eccetera, con una successione di insulsi cioè che qualcuno ha voluto difendere attribuendo quella noiosa ripetizione al proposito di fare delle pause di riflessione come se, per riflettere, fosse necessario ripetere tante volte cioè e praticamente e chiaramente che rintronano sempre più frequentemente le nostre orecchie.
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Così come è fin troppo usato, e perciò è stucchevole, il verbo emergere per « risultare » e simili.
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Oggi, pare impossibile in una situazione in cui le cose chiare sono così poche, che tante cose emergano, come sembrerebbe sentendo il linguaggio di uomini politici, sindacalisti ecc.
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Altro abuso è quello che si fa dell'aggettivo « grosso ».
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Nulla più è « grande », « importante », « notevole » ma tutto è grosso: un personaggio, un libro, un'idea, una nazione.
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Insomma, accanto all'antilingua burocratica e falsamente aulica di cui parla Calvino, vi è un'antilingua dovuta alla poca capacità di esprimersi, alla povertà della sintassi e del vocabolario, all'incertezza anche emotiva di cui danno prova tanti, specialmente i giovani.
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Sono, questi, aspetti diversi di una immaturità linguistica che si rivela, da una parte, nella ricerca di un vecchio ed ammuffito armamentario retorico e burocratico che crede disonorevole esprimere la realtà con parole reali, che dicano, dunque, come stanno veramente le cose, in modo semplice e chiaro e che preferisce dire ho effettuato per « ho fatto », recipiente adibito al contenimento del combustibile per « cassa del carbone », consumare per « bere » o « mangiare », rinvenire per « trovare »; dall'altra una esilità ed incertezza di sintassi che frantuma il periodo senza trovare il modo di una connessione delle parole che prescinda da ripetizioni, da spezzettature fastidiose da movimenti che si risolvono nel girare intorno senza trovare una sicura via d'uscita.
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Si tratta di due difetti diversi: il primo attiene specialmente alla lingua scritta in una successione di tradizioni arcaiche e viete, cristallizzata in formule di origine libresca e burocratica; il secondo è prodotto da una insicurezza, da una incapacità culturale che si manifesta soprattutto nel parlato dove si procede in successioni di formule senza riuscire a manifestare in modo semplice il proprio pensiero.
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Tristano Bolelli

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