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Boccaccio e lo sposo cornuto

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 17 novembre 1983


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In quella singolare opera che è il «Corbaccio» di Giovanni Boccaccio, in cui si racconta dell’innamoramento di una vedova al quale appare l’ombra del defunto marito che mette in guardia sulla cattiveria della donna raccontando ogni sorta di episodi a lei disdicevoli, c’è una vivace e turgida vena linguistica.
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La serie di aggettivi adoperati è molto interessante ma qui vorremmo fermarci su un gruppo: quello formato col suffisso -uto.
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Della donna che voleva ingrassare e mangiava ogni sorta di cibo si dice che «pienamente di divenire paffuta e naticuta le venne fatto».
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È chiaro che, di questa serie, di uso comune in italiano sono, per ricordarne solo alcuni, gli aggettivi astuto, baffuto, barbuto, canuto, cicciuto, cornuto, linguacciuto, nasuto, nerboruto, paffuto, panciuto.
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Non è, questa, la sola serie di voci che finiscono in -uto: basti pensare ai molti participi passati come avuto, dovuto, veduto, tenuto, saputo, potuto, caduto, creduto ecc. che, in generale, vengono dall’infinito ma in qualche caso dal passato remoto come vissuto, ma questa seconda derivazione è assai più rara della prima nella lingua moderna.
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Se, in Benvenuto Cellini si ha volsuto, nell’italiano di oggi tale forma e scomparsa: resta, però, in certi dialetti come nel milanesi vorsil «voluto» e nel toscano dialettale volsuto, valsuto (il corso, nella sua conservazione di forme toscane antiche, ha per esempio, vulsutu «voluto», parsutu «parso»).
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mancano forme che vengono dal presente come vagliuto «valso» che compare nel Boccaccio e nei dialetti sia nelle forme antiche che moderne (nel Veneto vegnù, tegnù, nel genovese venùo, nel milanese vegnù, nel bolognese vgnò).
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In concorrenza con forme del tipo letto, pianto, nato ecc. si hanno leggiuto, piangiuto, nesciuto ecc. nei dialetti toscani e in quelli settentrionali e meridionali.
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Nella lingua comune sono rimasti caduto, cociuto (raro ormai, accanto a cotto), perduto (accanto a perso) e qualche altro che è in via di estinzione.
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Alessandro Manzoni che aveva scritto paruto nella prima edizione dei Promessi Sposi, corresse in parso, così come corresse veduto in visto.
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È inutile dire che nella lingua comune sussistono tutte e due queste ultime forme mentre paruto non si usa più.
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In napoletano le forme in -uto sono frequentissime: leggiuto (accanto a letto), scrivuto (accanto a scritto), vinciuto (accanto a vinto) ecc.
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Tutte le forme verbali di cui abbiamo parlato si distinguono da quelle dalle quali siamo partiti che vengono, invece, da nomi: barbuto viene da barba, panciuto da pancia.
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Ma qui occorrerà fare un’altra distinzione fra le forme di derivazione latina e quelle che si sono formate dopo nell’incessante processo di creazione linguistica.
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Astuto c’è già in latino (astutus), così come canuto (canutus), cornuto (cornutus), non però usato con valore metaforico applicato ad un marito sfortunato che sorge a quanto pare, nel Quattrocento con Luigi Pulci almeno per quanto riguarda le attestazioni letterarie, nasuto (nasutus).
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Queste forme hanno corrispondenti in altre lingue romanze (basterà citare il francese cornu, chenu «canuto» ecc., lo spagnolo cornudo, il romeno cornute cc.).
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Le altre sono analogiche: baffuto che viene da baffo, linguacciuto da linguaccia ecc.
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Così è la voce del Boccaccio, naticuta da natica.
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Gli aggettivi in -uto hanno valore espressivo.
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Alcuni sono letterari, altri di più ampio uso.
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Basterà ricordare il passo di Giordano Bruno: «Era quasi tanto cotennuta, pettoruta, ventruta, fiancuta e naticuta quanto può essere quella londriota (londinese) che viddi a Westmester».
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Tutte le derivazioni degli aggettivi in -uto sono chiare a prima vista (pettoruto si spiega se si pensa al latino pectus, pectoris e nerboruto al plurale di tipo neutro nerbora), escluso paffuto: ed infatti questo aggettivo è notevole non solo per il suffisso -uto ma perché è voce espressiva per designare la quale serve secondo me l’aggettivo «fonosimbolico» che si potrebbe distinguere almeno in casi come questo da «onomatopeico».
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Infatti «onomatopeico» lo riserverei ad indicare l’imitazione di un suono (per esempio tic-toc) mentre «fonosimbolico» può esprimere anche qualcosa di visivo come paffuto.
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Tristano Bolelli

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