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Maarten Janssen, 2014-
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Divisi da un accento
Language column
La lingua che parliamo
Author
Tristano Bolelli
Date
17
settembre
1982
more header data
[1]
Alle
righe
che
scriviamo
in
questa
rubrica
,
fanno
riscontro
almeno
tre
tipi
di
reazioni
:
di
quelli
che
scrivono
direttamente
all’
autore
,
di
quelli
che
scrivono
lettere
al
Direttore
e
di
quelli
che
scrivono
su
altri
giornali
.
[2]
Naturalmente
non
contiamo
quelli
che
leggono
,
approvano
o
disapprovano
ma
in
incognito
e
quelli
che
non
leggono
affatto
.
[3]
Una
mi
osservazione
,
fatta
fra
molte
altre
,
sull’
opportunità
di
scrivere
sé
pronome
accentato
ma
se
stesso
o
se
medesimo
senz’
accento
(
La
stampa
del
17
luglio
)
non
ha
incontrato
il
favore
di
un
distinto
dialettologo
e
storico
della
lingua
,
autore
,
con
Manlio
Cortelazzo
,
di
ottimo
«
Dizionario
etimologico
della
lingua
italiana
»
in
corso
di
pubblicazione
da
Zanichelli
.
[4]
Lo
Zolli
consiglia
di
scrivere
sé
pronome
sempre
con
l’
accento
,
anche
quando
è
seguito
da
stesso
e
medesimo
.
[5]
La
sua
conclusione
giunge
alla
fine
di
un
articolo
abbastanza
lungo
sul
Messaggero
Veneto
del
4
agosto
,
in
cui
si
riconosce
che
una
norma
precisa
non
esiste
,
si
constata
che
poche
sono
le
opere
che
si
occupano
dell’
accentazione
di
singoli
autori
studiati
sugli
autografi
,
si
fa
presente
che
l’
uso
di
scrivere
il
pronome
sé
con
l’
accento
deriva
dalla
volontà
di
distinguerlo
da
se
congiunzione
(
la
stessa
norma
per
cui
si
distingue
la
articolo
da
là
avverbio
)
.
[6]
Che
non
ci
sia
una
regola
fissa
è
provato
dal
fatto
che
il
Tommaseo
,
precedentemente
al
«
Dizionario
della
lingua
italiana
»
scrive
ora
sé
stesso
ora
se
stesso
per
fissarsi
costantemente
su
questa
seconda
grafia
nel
«
Dizionario
»
.
[7]
Ma
c’
è
da
dire
qualcosa
in
più
.
una
ragione
di
suggerire
se
stesso
e
se
medesimo
(
cosa
che
fanno
in
generale
le
grammatiche
)
va
cercata
,
secondo
me
,
in
un
fatto
che
non
mi
pare
sia
stato
sin
qui
preso
in
considerazione
.
[8]
Non
dovrebbe
essere
tanto
la
volontà
di
distinguere
li
pronome
da
lì
avverbio
,
come
è
scritto
in
più
di
un
libro
,
a
determinare
l’
uso
di
accentare
o
no
la
particella
quanto
il
fatto
che
li
e
la
rispettivamente
pronome
e
articolo
,
sono
atone
perché
si
appoggiano
all’
elemento
che
segue
(
li
vide
,
la
lodo
)
.
[9]
Se
applichiamo
questa
osservazione
a
sé
pronome
,
vediamo
che
nelle
sequenze
di
suoni
in
sé
e
per
sé
l’
elemento
sé
è
tonico
e
perciò
sta
bene
accentato
mentre
in
se
stesso
e
se
medesimo
l’
accentazione
si
sposta
su
stesso
e
medesimo
e
perciò
in
questi
casi
pare
opportuno
lasciare
se
senz’
accento
.
[10]
La
decisione
del
doppio
trattamento
di
sé
non
sarebbe
dunque
una
complicazione
inutile
ma
frutto
di
una
riflessione
che
fa
scendere
la
necessità
di
semplificazione
e
di
chiarezza
invocata
per
suggerire
l’
accentazione
generalizzata
a
fatto
secondario
.
[11]
Al
consiglio
di
accentare
sempre
sé
anche
quando
è
seguito
da
stesso
o
medesimo
fa
riscontro
l’
uso
opposto
di
non
accentarlo
mai
,
come
si
trova
in
un
autore
di
cui
abbiamo
gli
autografi
:
si
tratta
niente
meno
che
di
Giacomo
Leopardi
che
,
per
esempio
,
scrive
:
Per
se
sola
La
vita
dell’
uom
non
ha
pregio
nessuno
o
Che
non
a
se
,
non
ad
altrui
,
la
bella
Felicità
(
«
Al
Conte
Carlo
Pepoli
»
,
versi
16
e
23
)
e
Maggior
di
se
o
Dolce
per
se
(
«
Le
ricordanze
»
,
versi
35
e
58
)
.
[12]
E
che
Leopardi
fosse
ben
deciso
a
non
accentare
mai
sé
è
provato
dal
fatto
che
nella
sua
«
Antologia
»
,
riportando
I
Sepolcri
del
Foscolo
,
scrive
:
Ma
perché
pria
del
tempo
a
se
il
mortale
/
Invidierà
l’
illusion
…
[13]
Visto
che
non
ci
si
può
appigliare
,
per
l’
incongruenza
della
tradizione
ortografica
,
a
precedenti
da
seguire
indiscutibilmente
,
spiacente
di
non
essere
d’
accordo
con
lo
Zolli
,
ripeto
la
proposta
di
scrivere
sé
quando
la
particella
è
accentata
ma
se
stesso
e
se
medesimo
dove
la
particella
accentata
non
è
:
non
pare
questo
criterio
arbitrario
,
per
le
ragioni
che
abbiamo
detto
.
[14]
D’
accordo
sono
,
invece
,
con
l’
illustre
scrittore
Geno
Pampaloni
che
,
oltre
alla
coppia
di
aggettivi
boccaccesco
boccacciano
di
cui
ho
parlato
recentemente
,
segnala
in
una
spiritosa
«
Lettera
al
Direttore
»
alfieriano
alfieresco
.
[15]
Ho
messo
in
ordine
inverso
le
due
coppie
per
indicare
la
loro
diversa
fortuna
.
[16]
Boccacciano
,
pur
essendo
sorto
accanto
a
boccaccesco
e
con
un
significato
simile
,
poi
se
ne
è
differenziato
ed
oggi
non
ha
il
valore
della
forma
in
-esco
,
più
caratterizzata
in
senso
malizioso
.
[17]
A
lfier
iano
vale
«
che
si
riferisce
all’
Alfieri
»
mentre
alfieresco
riporta
alla
durezza
ed
alla
breviloquenza
dell’
Alfieri
come
giustamente
nota
il
Pampaloni
,
ed
esclude
il
valore
insito
in
boccaccesco
:
insomma
alfieresco
può
essere
arcigno
ma
non
licenzioso
.
[18]
Quanto
a
marxesco
,
la
trovata
è
pregevole
.
[19]
Accanto
a
marxista
e
a
marxiano
,
le
derivazioni
,
così
frequenti
ormai
,
potrebbero
certamente
esser
chiamate
marxesche
.
[20]
Ma
chi
,
essendone
implicato
,
vorrà
accogliere
il
nuovo
aggettivo
nonostante
l’
istituto
dell’
autocritica
?
[21]
E
poi
c’
è
l’
assonanza
con
farsesco
.
[22]
Tristano
Bolelli
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