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In difesa dei lapsus di Bertoldo

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 17 giugno 1984


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È tornato di moda il Bertoldo e Bertoldino di Giulio Cesare Croce (con l’aggiunta di Cacasenno di Adriano Banchieri), ma non si può dire che la fortuna di questo libro sia mai venuta meno se è vero che Bertoldo, come Perpetua e qualche altro celebre personaggio, figura nei vocabolari comuni col significato di «uomo rozzo ma astuto».
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L’autore è di San Giovanni in Persiceto, a una ventina di chilometri da Bologna.
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Figlio di un fabbro e fabbro egli stesso, ebbe esperienze contadine e a Bologna fece anche il cantastorie in lingua e in dialetto.
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Questo è il punto che ci interessa più da vicino perché nel famoso libro, pubblicato nel 1608 (G. C. Croce era nato nel 1550) si presenta un problema linguistico di notevole interesse.
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Essendo fuori discussione, sia nel Nord che nel Sud, dopo l’accettazione da parte dei poeti e dei letterati, la supremazia del toscano (l’Ariosto, ossequente all’autorità del Bembo corresse, di edizione in edizione, il suo Orlando Furioso depurandolo dei padanismi frequenti nella prima edizione), negli scritti di persone di non grande cultura troviamo delle interessanti mescolanze di lingua e di dialetto: ed è questo il caso del Bertoldo e del Bertoldino.
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Nell’introduzione alla recentissima edizione (Rizzoli, aprile 1984), Giampaolo Dosena dice che «Giulio Cesare Croce scriveva in modo sgangherato, non sempre sapeva bene cosa volessero dire le parole che diceva, non rispettava una sintassi rigorosa».
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Segue un lungo elenco di parole che figurano con consonante semplice mentre ci si aspetterebbe la consonante doppia (per esempio labro per labbro, publica per pubblica ecc.) o, al contrario, ci imbattiamo in consonanti doppie che dovrebbero essere semplici (per esempio robba, rubbato, viddi ecc.). vengono poi messi in evidenza casi in cui le consonanti sono, come dice Dossena, cambiate (luoco, secreto per luogo, segreto o, viceversa, lagrime per lacrime).
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Sono citati casi come camiscia per camicia o giudicio per giudizio.
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Non vorrei andar oltre in quest’elenco ma è ora di dire che è compito del linguista dare una spiegazione a tanta sgangheratezza.
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G.
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C.
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Croce aveva esperienza di emiliano (bolognese) e di toscano.
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Ebbene, molte, direi quasi tutte le sue stranezze, messe diligentemente in rilievo dal Dossena, si speigano proprio nell’ambito di queste sue conoscenze.
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Intanto, in tutta l’Italia settentrionale le consonanti doppie (o rafforzate) diventano semplice.
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Basterò qui ricordare quel maestro veneto che, insegnando l’ortografia e la pronuncia ai suoi scolari, diceva sempre «Batete bene le doppie».
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Di qui le incongruenze nell’uso del Croce come polastri per pollastri o caminare per camminare.
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D’altra parte, proprio chi ha coscienza di sbagliare è portato, per eccesso di correzione, a mettere le doppie dove non ci vogliono e a scrivere robba per roba, rubbato per rubato ecc. così come ancora oggi persone di mediocre cultura dell’Italia settentrionale sono portate a scrivere biricchino per il corretto birichino, scattola per scatola o cioccolatta per cioccolata.
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A una conoscenza dei latinismi frequenti nel toscano tradizionale, si dovranno casi come luoco o secreto mentre forme come lagrime sono della lingua toscana normale.
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Camiscia per camicia e anch’essa un toscanismo grafico (e fin dal Trecento è presente in testi toscani, insieme con bascio per bacio) per rendere la particolare pronunzia toscana vicino a sci.
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Quanto alle variazioni della z fra vocali (ora si ha mezo per mezzo ora protezzione per protezione, ora soddisfazzione ora soddisfazione) e un’oscillazione ben comune nella lingua scritta del 600. Non si deve dimenticare che Galileo scrisse di sua mano per lo più confutazzioni e dimostrazzioni (la z fra vocali p sempre pronunziata come rafforzata in toscano), certi spostamenti di lettere corrispondono a fatti fonetici emiliani o anche toscani.
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Se G.
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C.
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Croce scrive stroppi per storpi, dobbiamo ricordare che il bolognese diceva e dice stropi ed anche in Toscana si ha stroppio per storpio (e c’è un noto detto Il troppo stroppia); se scrive formento è perché in bolognese si dice furmant.
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Alla roversa per a rovescio non può non rimandare al bolognese all’arversa e strenuta corrisponde al bolognese stranudér e al toscano stranutare.
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Anche forme come gionto per giunto o assonto per assunto sono dialettali.
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Si ricordi l’Ariosto: i legni gionti furo.
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Quando Bertoldo dice «Il gnattone e il porco mangiano tutti e due ad un’istessa conca?» quel gnattone non si spiega come «mangione» se non si ricorda che nei vocabolari bolognesi il verbo gnar figura col valore di «desinare».
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Forse per poter entrare nella scrittura del Bertoldo è opportuno far presenti cose come queste che inducono a considerare l’opera di Giulio Cesare Croce come un documento linguistico di qualche interesse.
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Tristano Bolelli

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