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L’imputato «commissariato»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 17 febbraio 1984
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column1-4


[1]
Ogni tanto bisogna rispondere ai lettori.
[2]
Mi ha richiamato al dovere una letterina di un lettore di Aosta che così mi scrive: «vedevo in lei un gentile, appassionato cultore ed amante della lingua italiana, un tempo così bellainvece! Invece, vedo, purtroppo, che anche lei, così erudito, si lascia trascinare dalla forma degenerativa del dialetto romanesco-borbonico che inquina la lingua nostra. Nel suo scritto del giorno 1 lei dice Vorrei parlare ecc. ecc. e più avanti: non direi. Usa il condizionale anche lei togliendo al linguaggio credibilità, eleganza e chiarezza. Non crede che bisognerebbe intraprendere una campagna contro l’uso assurdo e fuori luogo e tempo della forma condizionale che da qualche anno deturpa la lingua? Specie gli operatori della Rai veri assassini del linguaggio», ecc.
[3]
Devo dire che sono rimasto esterrefatto dall’accusa di prevaricatore del condizionale, di semplice e manutengolo della decadenza linguistica, io che, poveretto, cerco di starci attento, ma non avrei riportato alla lettera l’atto di accusa se non fosse in esso contenuta materia per alcune considerazioni.
[4]
Se uno comincia un periodo con un «Vorrei parlare» o, dopo alcune frasi osserva: «non direi» ecc., non commette nessun reato di lesa lingua italiana ma usa correttamente un modo, il condizionale, che, come diceva nella sua ancor pregevole Sintassi italiana Raffaello Fornaciari nel 1881 «esprime di sua natura dubbio, incertezza, possibilità, al contrario di quella sicurezza e risolutezza che esprime l’uso corrispondente dell’indicativo».
[5]
La frase che avevo adoperato si riferiva all’esempio di uno che, facendo un discorso scientifico, esordisse così: «Vorrei parlare dell’importanza dell’energia atomica».
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Ma è possibile immaginare uno che, rivolto al pubblico venuto per ascoltarlo, dicesse: «Voglio parlare dell’energia atomica»? passerebbe sicuramente per poco riguardoso o peggio.
[7]
Così, quando, più avanti, a commento della frase introdotta, ho scritto «Non direi che si tratti di enfasi vera e propria ma di richiamo alla serietà dell’argomento», intendevo esprimere col condizionale quel senno del limite che talune affermazioni è bene non perdere, specie quando si tratti di impressioni personali, sia pure basate su una certa esperienza, e non di risultati di operazioni aritmetiche.
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Sarebbe grave togliere alla lingua il condizionale che non vive solo da qualche anno, come crede il lettore, ma è attestato a partire da Dante nelle opere dei nostri maggiori scrittori.
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Quando Boccaccio scrive: «Io non vi potrei mai divisare, quanti siano i dolci suoni d’infiniti strumenti vi potrei dire quanta sia la cera che vi s’arde a queste cene», o quando Redi dice «Non vorrei che V. S. credesse che io facessi un gran bere di caffè», usano quel condizionale che il lettore mi rimprovera.
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credo che in questo caso si possa parlare di «forma degenerativa del dialetto romanesco borbonico».
[11]
E, per una volta tanto, gli operatori della Rai non c’entrano.
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Ma non vorrei che nella mente del lettore si fosse annidata una forma, questa, , errata e cioè l’«io vorrebbe» per «io vorrei» che si sente molto spesso in romanesco.
[13]
Ma questa è un’altra questione, come ognuno vede.
[14]
Forte del manzoniano «Vorrei un servizio da voi», mi permetto di dire che vorrei pregare i lettori di curare la lingua ma facendo attenzione a casi che proprio sotto i nostri occhi stanno avvenendo, come l’abuso di quella parola, commissariamento sulla quale è stata autorevolmente attirata la mia attenzione.
[15]
Di commissariamento della Rai si è parlato molto nei giorni scorsi e chi usa quella parola si può far forte della sua presenza nell’ultima edizione (l’undicesima) del Vocabolario di Zingarelli.
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L’edizione precedente, di una decina di anni fa, non aveva commissariamento commissariare (presente anch’esso nell’ultima).
[17]
La voce è, dunque, salita agli onori del vocabolario negli ultimi anni.
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Prima c’era, semmai, gestione commissariale che bastava e ce n’era anche di troppo.
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Che dire di commissariamento?
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Che è brutto, ma chissà quanti dicono che la parola è necessaria e che, essendo stato introdotto il verbo commissariare, è naturale che sia venuto fuori anche commissariamento.
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Speriamo che a qualche altro fabbricatore di nomi non venga in mente di fare commissariazione che avrebbe il vantaggio di essere simile a commiserazione (commiseramento non c’è), sentimento che viene suscitato da certe vicende, non esclusa quella della Rai, e sia detto senza offesa per nessuno.
[22]
Tristano Bolelli

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