Paragraph view

Vizi e parole dell’italiese

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 16 dicembre 1979


[1]

Chi si occupa di lingua contemporanea farà bene a stare con le orecchie aperte, ad avere sempre a disposizione una penna e un taccuino e a leggere quanto più potrà libri attuali e giornali. Non vi è dubbio che si imbatterà molto spesso in espressioni che appartengono a quella lingua che si potrebbe chiamare italiese, per indicare una sorta di casba linguistica in cui convergono parole di varia e dubbia provenienza, modi di dire strani che non hanno ancora cittadinanza e che, in parte, non l'avranno mai perché saranno riassorbiti e dimenticati, locuzioni nate non propriamente da illustri progenitori.

[2]

Il termine italiese è coniato su sinistrese, definito da un giornalista come Giorgio Bocca «una invenzione linguistica collettiva e spontanea, di rapida e facile comunicazione, intesa a coprire la mancanza di idee generali e di prospettive per il future che è dellintera nazione e forse dell'intera civiltà industriale e di denire in qualche moda, di etichettare, chi pensa di stare a sinistra, di militare nei partiti e nei movimenti della sinistra vecchia e nuova, anche se non sa bene in che cosa esattamente consista».

[3]

Fra gli esempi di sinistrese raccolti da Paolo Flores d'Arcais e Giampiero Mughini nel volumetto Il piccolo sinistrese illustrato, di un paio di anni fa, figurano autocritica, corretto, dialetticamente, fare il gioco di, gestione, ghettizzazione, impegno, militanza, organico, riappropriarsi, rivoluzione culturale, terzaforzismo, ecc.

[4]

Tutte queste parole o locuzioni si sentono continuamente intorno a noi, e su una vorrei fermarmi. Definire corretta un'affermazione è un modo molto frequente per chiudere un dibattito una discussione senza voler vedere altre soluzioni o tentare un ragionamento approfondito che potrebbe portare a conclusioni diverse. Ma quel corretto è diventato da tempo una sorta di intercalere, spesso esclamativo, quando i comuni mortali hanno sempre detto: «», «È vero», oppure: «Sono d'accordo».

[5]

Perché mi è venuto in mente di parlare di italiese? Perché se il sinistrese (può aggiungersi il burocratese di cui ha fatto menzione Luciano Satta) ed altri modi di esprimersi (meglio sarebbe dire «di non esprimersi»), pur essendo inutili o stravaganti diventano ogni giorno più frequenti affiancandosi al linguaggio di solito ermetico degli uomini politici e dei sindacalisti, l'italiano potrà subire gravi danni diventando irriconoscibile. Davvero non si sa cosa pensare quando si sente parlare alla televisione di dimensione del sesso, costringendo la gente a far confluire sulla parola dimensione il significato di «caratteristica», «valore», ma quanto, nel caso in esame, sia un’operazione ambigua, lascio giudicare al lettore.

[6]

Alla stessa televisione si è sentito dire vivere singole per «vivere sole», senza (come una volta si diceva) uno straccio d'uomo. Questo singole viene certamente dall'inglese, in cui single vuol dire anche «non sposato» ma la presenza nel linguaggio degli albergatori di «camere singole» fa sentire uno strano effetto quando è riferita a delle donne.

[7]

Sarà il caso di parlare anche di lingua televisese? Sua caratteristica fondamentale sarebbe l'errore d'accento, di pronunzia e, spesso, la carenza culturale. Ho perfino sentito parlare alla televisione di Split. Cos'è questo Split? E il nome slavo di «Spalato» dove Diocleziano si fece la reggia che costituisce ancor oggi gran parte della città in un susseguirsi di costruzioni, di palazzi, di archi, di vie, di piazze. Ora, dire in italiano Split è incomprensibile. Sarebbe come dire: Vado a Paris, a London, a Berlin, invece che a Parigi, a Londra, a Berlino. I nomi di luogo di antica tradizione italiana devono (e non c'entra nulla lo spirito nazionalistico) essere rispettati.

[8]

Mentre si riscontrano tali e tanti strani usi linguistici, ecco apparire un altro aspetto, quello eufemistico, per cui, come si sa, pare elegante dire alleggerimento della mano d'opera invece di licenziamento, terza età per vecchiaia, numero programmato per numero chiuso (ma so che c'è chi disquisisce su una presunta differenza come se il numero chiuso vigente nelle università di moltissimi paesi non fosse conseguenza di una programmazione la verità è che si ha paura di certe parole).

[9]

Fra questi ineffabili eufemismi uno è sorto da poco. Ho sentito alla radio (frutto di esasperato pudore) consigli per «annunci pubblicitari» o «pubblicità».

[10]

Sarei molto incerto se collocare in questa categoria 1'uso molto frequente dell'inglese gay per «omosessuale». Si sa che spesso si ritiene che una voce straniera copra con maggior eleganza un concetto che, secondo moduli correnti, appare ancora un po’ crudo. Così accadde (il riferimento è puramente casuale) decenni fa, quando era molto in uso a parola cocotte. L'italiano, che sa essere anche galante, aveva fatto perfino un diminutivo (non concesso ai francesi perché non corrispondente alla loro struttura grammaticale): cocottina. Come spesso accade in casi simili, il significato di cocotte era originariamente molto casto: designava dapprima come termine infantile - la «gallina» ed anche la «bambina», la «ragazzina», poi, come dice un vocabolario francese (oh l'eufemismo!) «donna di costumi leggeri». E si noti che per quest’ultimo significato si ha anche, con un ritorno alle origini, poule.

[11]

Sia come si voglia, per designare gli omosessuali vi è anche (e si legge sempre più frequentemente) omosex, sia pure fra virgolette. Mi pare che questo termine, che qualcuno vorrà difendere dicendo che omosessuale è troppo lungo, sia stato formato su unisex, detto di capo di vestiario, moda od altro che serve all'uno e all'altro sesso. La priorità di unisex è documentata da un vocabolario americano del 1975 che registra unisex ma non homosex. Sia unisex che omosex finiscono in consonante e confermano la tendenza ad allontanarsi dal toscano nel quale vige il principio che le parole terminano sempre con vocale.

[12]

A questo proposito, ho letto, su un quotidiano, «un murales» per indicare una di quelle grandi pitture, per lo più di contenuto politica o religioso, che compaiono su grandi muri di case. Mi è venuto fatto di dire: «Eh, no: murale al singolare (spagnolo mural), murali al plurale (spagnolo murales)». Tanto è vero che si ha un bel proclamarsi antipuristi: a volte si risvegliano istinti di correttezza e di igiene linguistica.


Text view