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Nel Duomo di Ferrara c’è un falso

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 16 ottobre 1982


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Nella terza pagina di un numero del nostro quotidiano uscito qualche tempo fa, si citava, in un pregevole articolo sul Duomo di Ferrara, un’iscrizione riguardante la fondazione dell’illustre tempio come se si trattasse di un documento autentico. La cosa è importante perché concerne i primordi della lingua italiana e per questo il linguista vuole vederci chiaro. Ebbene, l’autenticità di quella iscrizione non è affatto sicura. Intanto ci sono due redazioni, una dovuta a Girolamo Baruffaldi del 1713, un’altra di Antenore Scalabrini del 1773. Il primo diceva di averla trascritta da un mosaico prima che andasse in rovina, l’altro invece di averla trovata fra le carte di uno zio che l’aveva riportata prima che un terremoto la distruggesse.

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Tutt’e due le iscrizioni dicono che il tempio fu consacrato nel 1135 (si noti la data); che fu dedicato a San Giorgio; che scultore fu promotore. Anzi il testo dello Scalabrini dice che la consacrazione a S. Giorgio fu fatta dal cittadino Guglielmo per amore verso di lui.

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Tutto sembrerebbe plausibile ma un acuto filologo, Angelo Monteverdi, fece notare alcune incongruenze. La tradizione diceva che l’iscrizione si trovava nel cartiglio tenuto nelle mani di un profeta: ma tali cartigli, di solito, contengono motti dei profeti stessi e non dati commemorativi.

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Inoltre, nelle due iscrizioni si notano degli endecasillabi e, in una, anche dei settenari, versi che entrarono in italiano soltanto un secolo più tardi. Infine, ed è questa la ragione principale, la lingua è troppo vicina al toscano per poter essere supposta in uso in una città del Nord nel 1135.

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Il primo testo dice: Il mile (mille) cinto (cento) trempta (trenta) cinque nato / fo (fu) questo templo (tempio) a Zorzi (Giorgio) consacrato / fo Nicolao scolptore / e Glielmo fo lo auctore. Il secondo: Li mile cento trenta cenque (cinque) nato / fo questo templo a S. Gogio (Giorgio) donato / da Glelmo (Guglielmo) ciptadin per so (suo) amore / e tua fo l’opera Nicolao scolptore.

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Non ci vuole molto a capire che mancano tratti dialettali settentrionali ad eccezione di Zorzi per «Giorgio»; ma cinto e cento avrebbero dovuto suonare zint(o) e zent(o) e che nato e donato avrebbero dovuto essere nad(o) e donad(o); così, infatti, appaiono queste forme, o forme simili, in un autore settentrionale di un’area vicina e di un secolo dopo, Giudo Fava da Bologna.

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La Toscana esercitò la sua influenza al Nord ben più tardi del 1135. Bisogna, dunque, o pnesare che Buruffaldi e Scalabrini riportassero un documento di due secoli dopo (e in questo caso il valore linguistico non sarebbe rilevante) o, come sostenne il Monteverdi, che essi falsificassero le due iscrizioni.

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Ma se questa ipotesi fosse vera, perché lo avrebbero fatto?

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Se ci sono sempre stati dei falsari di opere d’arte e il bel libro di Otto Kurz, Falsi e falsari (edito da Neri Pozza) delle testimonianze di grandissimo interesse ci sono stati anche dei falsari di opere letterarie. Prendiamo le Carte di Arborea, manoscritti pubblicati nel secolo scorso contenenti documenti di letteratura e di storia della Sardegna attribuibili all’antichità e al medioevo. Si tratta (e fu chiaramente dimostrato, in particolare, dall’esame linguistico) di falsi. Lo spirito municipalistico degli Italiani è molto forte e non è affatto escluso che sia il Baruffaldi che lo Scalabrini volessero attribuire a Ferrara un primato che è del resto adombrato nelle parole stesse che accompagnano la redazione fornita dal Baruffaldi.

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Sappiamo anche quanto, per la lingua, si sia discusso: i più forti oppositori del primato toscano sono stati quelli che, facendosi forte dell’esistenza della Scuola poetica siciliana, raccolta a Palermo intorno a Federico secondo, morto nel 1250, sostennero che l’italiano era nato in Sicilia. Dimenticavano o non sapevano che il colorito toscano delle poesie siciliane si deva a traduzioni fatte fare dai ricchi borghesi fiorentini.

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Insomma, anche per la lingua, gli Italiani hanno leticato quando non sono arrivati fino a tentare delle falsificazioni che ricordano le contraffazioni delle opere d’arte. Ma, almeno, queste rendevano e rendono denari: le parole danno solo quando li danno prestigio e gloria; a meno che non si scopra che sono falsificazioni: in questo caso aprono uno spiraglio su ambizioni segrete, su aspirazioni di primati, su borie municipali.

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Tristano Bolelli


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