Powered by <TEI:TOK>Maarten Janssen, 2014-
Quando mastro Ciliegia, in Pinocchio, dopo aver dato il primo colpo al pezzo di legno che sarebbe diventato il celebre burattino, sente la vocina che si lamenta «girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per veder di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno. Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno!».
Se si pensa ai milioni di persone che hanno letto Pinocchio, pare strano che si sia dovuto aspettare fino al 1967 per trovare chi si è accorto che il passo ne ricorda in modo inequivocabile un altro, dei Promessi Sposi, quello di Don Abbondio che incontra i bravi: «Domandò subito in fretta a se stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no…Mise l’indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all’indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell’occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno. Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, ne’ campi; nessuno; un’altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno fuorché i bravi».
Ad aver fatto il riconoscimento (chiamato dall’Autore col termine teatrale classico di agnizione) e a trarne debite conseguenze, è stato Giovanni Nencioni, in un saggio ora raccolto con molti altri, in un volume di Einaudi, dal titolo Tra grammatica e retorica – Da Dante a Pirandello.
L’angolatura nella quale si colloca il lavoro di uno storico della lingua come Nencioni si riconosce subito perché mette a confronto fatti di lingua individuali con la lingua come istituto e raggiunge una concretezza non facilmente controvertibile. Il richiamo che, fin dalle prime pagine dedicate al Manzoni, affiora quella a Charles Bally, il fondatore della silistica ginevrina, è illuminante per penetrare in un mondo che non si svolge al riparo di discutibili impressionismi, anche se si fonda su una sensibilità molto fine.
Per Michelangelo
Percorrere i temi di Nencioni è rivivere un’esperienza linguistica di mezzo secolo in compagnia di autori come Dante, Manzoni, Leopardi, Pirandello, che vengono accostati attraverso particolari aspetti della loro attività (Dante e la retorica, in cui è messo in rilievo il continuo sperimentalismo del poeta nel De vulgari eloquentia e nel Convivio, Manzoni e la diacronia delle varianti o delle formule dell’Epistolario, Leopardi, lessicologo e lessicografo, Pirandello dialettologo e Pirandello e l’interiezione nel suo dialogo teatrale) e, attraverso analisi sottili ed analogie sicure, si scoprono alla nostra attenzione in modi nuovi e spesso inconsueti.
Ma, accanto a un Nencioni scopritore di moduli e strutture linguistiche, c’è un Nencioni che rievoca persone amiche e luoghi cari. Basti ricordare il ritratto di Trompeo, lettore vagabondo, e la Versilia con la lontana immagine di Giacomo Puccini con la musica affiorante da una cartolina del poeta in occasione di un incidente automobilistico di cui fu vittima il musicista.
Quando lo storico della lingua si avvicina di più alla critica letteraria (e tralascio qui le notazioni a un commento sull’Orlando innamorato), prendendo paradigmaticamente il quesito se Vasari sia da considerare scrittore manierista, egli porta nel problema argomenti di distinzione molto precisi in un esame che distingue fra il secondo manierismo classicistico ed accademico e il primo manierismo anticlassico ed antiaccademico. L’autore delle Vite appare, in questo modo, in una collocazione più giusta e precisa di quanto non apparisse fin qui.
Nel saggio sulla lingua di Michelangelo, la chiave per penetrare nel petroso mondo dell’artista scrittore è la sintassi, anche se non mancano osservazioni di fonetica e di morfologia ed è naturale che sia così perché la sintassi «più evidentemente mostra i limiti del rapporto fra l’individuo e l’istituzione», parole nelle quali si rivela ancora una volta la fedeltà del Nencioni alla stilistica di Bally.
I due saggi su Pirandello sono molto diversi. Il primo mette in rilievo un fatto noto specialmente si linguisti che ne sono fieri e cioè che il futuro drammaturgo, studente a Roma, andò a terminare gli studi in Germania, a Bonn, per contrasti col preside di Facoltà, il latinista Onorato Occioni.
Leopardi linguista
Dunque, il futuro drammaturgo si addottorò con una tesi pubblicata in tedesco sul dialetto di Agrigento, che allora si chiamava Girgenti. L’attività pirandelliana sembrò poi rivolgersi a un’edizione critica di Cecco Angiolieri, rimasta allo stato di progetto. Se la sua attività di linguista e di filologo cessò col rientro in Italia, in Pirandello troviamo diagnosi molto precise sulla dicotomia lingua letteraria-dialetti e una precisa presa di posizione quando scrisse in dialetto Liolà e, aggiungiamo, La Giara, poi tradotte dallo stesso autore in italiano.
L’altro studio pirandelliano si occupa, come si è detto, delle interiezioni ed entra in un settore più tecnico per concludere molto adeguatamente con la dimostrazione di «quanto acutamente Pirandello abbia intuito i fenomeni peculiari del parlato e ne abbia suggerito i tratti salienti».
Sull’attività di Leopardi lessicologo e lessicografo il Nencioni fornisce un saggio importante ed è ben intitolato a farlo perché a lui si deve se, fin dal 1950, furono messi in rilievo alcuni aspetti, divenuti poi di dominio comune, di Leopardi linguista, specie per quanto riguarda gli europeismi, le parole, cioè, comuni alle lingue colte di tutta Europa, nelle scienze e nelle arti. Qui si rinnova non solo tale importante osservazione (ed è interessante che un secolo dopo il grande linguista francese Antoine Meillet, senza conoscere Leopardi, ne riprendesse l’idea fondamentale), ma si sottolineano altri aspetti della ricerca leopardiana sulla lingua e in particolare la sua posizione nei riguardi del vocabolario. Il poeta collaborò al Vocabolario della lingua italiana di Giuseppe Manuzzi, fornendo alcune centinaia di integrazioni, molte delle quali tratte dal Guicciardini.
Sia concessa un’ultima osservazione. Nencioni proviene da una tradizione di studi classici e rappresenta una generazione di studiosi che sanno muoversi in direzioni molto varie: fatto da segnalare come raro nel momento presente.
Tristano Bolelli
Text view