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Maarten Janssen, 2014-
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Da Dante a Pirandello, avventure di stile
Language column
La lingua che parliamo
Author
Tristano Bolelli
Date
13
luglio
1983
more header data
[1]
Quando
mastro
Ciliegia
,
in
Pinocchio
,
dopo
aver
dato
il
primo
colpo
al
pezzo
di
legno
che
sarebbe
diventato
il
celebre
burattino
,
sente
la
vocina
che
si
lamenta
«
girò
gli
occhi
smarriti
intorno
alla
stanza
per
veder
di
dove
mai
poteva
essere
uscita
quella
vocina
,
e
non
vide
nessuno
.
Guardò
sotto
il
banco
,
e
nessuno
;
guardò
dentro
un
armadio
che
stava
sempre
chiuso
,
e
nessuno
;
guardò
nel
corbello
dei
trucioli
e
della
segatura
,
e
nessuno
;
aprì
l’
uscio
di
bottega
per
dare
un’
occhiata
anche
sulla
strada
,
e
nessuno
!
»
.
[2]
Se
si
pensa
ai
milioni
di
persone
che
hanno
letto
Pinocchio
,
pare
strano
che
si
sia
dovuto
aspettare
fino
al
1967
per
trovare
chi
si
è
accorto
che
il
passo
ne
ricorda
in
modo
inequivocabile
un
altro
,
dei
Promessi
Sposi
,
quello
di
Don
Abbondio
che
incontra
i
bravi
:
«
Domandò
subito
in
fretta
a
se
stesso
,
se
,
tra
i
bravi
e
lui
,
ci
fosse
qualche
uscita
di
strada
,
a
destra
o
a
sinistra
;
e
gli
sovvenne
subito
di
no
…
Mise
l’
indice
e
il
medio
della
mano
sinistra
nel
collare
,
come
per
raccomodarlo
;
e
girando
le
due
dita
intorno
al
collo
,
volgeva
intanto
la
faccia
all’
indietro
,
torcendo
insieme
la
bocca
,
e
guardando
con
la
coda
dell’
occhio
,
fin
dove
poteva
,
se
qualcheduno
arrivasse
;
ma
non
vide
nessuno
.
Diede
un’
occhiata
,
al
di
sopra
del
muricciolo
,
ne’
campi
;
nessuno
;
un’
altra
più
modesta
sulla
strada
dinanzi
;
nessuno
fuorché
i
bravi
»
.
[3]
Ad
aver
fatto
il
riconoscimento
(
chiamato
dall’
Autore
col
termine
teatrale
classico
di
agnizione
)
e
a
trarne
debite
conseguenze
,
è
stato
Giovanni
Nencioni
,
in
un
saggio
ora
raccolto
con
molti
altri
,
in
un
volume
di
Einaudi
,
dal
titolo
Tra
grammatica
e
retorica
–
Da
Dante
a
Pirandello
.
[4]
L’
angolatura
nella
quale
si
colloca
il
lavoro
di
uno
storico
della
lingua
come
Nencioni
si
riconosce
subito
perché
mette
a
confronto
fatti
di
lingua
individuali
con
la
lingua
come
istituto
e
raggiunge
una
concretezza
non
facilmente
controvertibile
.
[5]
Il
richiamo
che
,
fin
dalle
prime
pagine
dedicate
al
Manzoni
,
affiora
quella
a
Charles
Bally
,
il
fondatore
della
silistica
ginevrina
,
è
illuminante
per
penetrare
in
un
mondo
che
non
si
svolge
al
riparo
di
discutibili
impressionismi
,
anche
se
si
fonda
su
una
sensibilità
molto
fine
.
[6]
Per
Michelangelo
[7]
Percorrere
i
temi
di
Nencioni
è
rivivere
un’
esperienza
linguistica
di
mezzo
secolo
in
compagnia
di
autori
come
Dante
,
Manzoni
,
Leopardi
,
Pirandello
,
che
vengono
accostati
attraverso
particolari
aspetti
della
loro
attività
(
Dante
e
la
retorica
,
in
cui
è
messo
in
rilievo
il
continuo
sperimentalismo
del
poeta
nel
De
vulgari
eloquentia
e
nel
Convivio
,
Manzoni
e
la
diacronia
delle
varianti
o
delle
formule
dell’
Epistolario
,
Leopardi
,
lessicologo
e
lessicografo
,
Pirandello
dialettologo
e
Pirandello
e
l’
interiezione
nel
suo
dialogo
teatrale
)
e
,
attraverso
analisi
sottili
ed
analogie
sicure
,
si
scoprono
alla
nostra
attenzione
in
modi
nuovi
e
spesso
inconsueti
.
[8]
Ma
,
accanto
a
un
Nencioni
scopritore
di
moduli
e
strutture
linguistiche
,
c’
è
un
Nencioni
che
rievoca
persone
amiche
e
luoghi
cari
.
[9]
Basti
ricordare
il
ritratto
di
Trompeo
,
lettore
vagabondo
,
e
la
Versilia
con
la
lontana
immagine
di
Giacomo
Puccini
con
la
musica
affiorante
da
una
cartolina
del
poeta
in
occasione
di
un
incidente
automobilistico
di
cui
fu
vittima
il
musicista
.
[10]
Quando
lo
storico
della
lingua
si
avvicina
di
più
alla
critica
letteraria
(
e
tralascio
qui
le
notazioni
a
un
commento
sull’
Orlando
innamorato
)
,
prendendo
paradigmaticamente
il
quesito
se
Vasari
sia
da
considerare
scrittore
manierista
,
egli
porta
nel
problema
argomenti
di
distinzione
molto
precisi
in
un
esame
che
distingue
fra
il
secondo
manierismo
classicistico
ed
accademico
e
il
primo
manierismo
anticlassico
ed
antiaccademico
.
[11]
L’
autore
delle
Vite
appare
,
in
questo
modo
,
in
una
collocazione
più
giusta
e
precisa
di
quanto
non
apparisse
fin
qui
.
[12]
Nel
saggio
sulla
lingua
di
Michelangelo
,
la
chiave
per
penetrare
nel
petroso
mondo
dell’
artista
scrittore
è
la
sintassi
,
anche
se
non
mancano
osservazioni
di
fonetica
e
di
morfologia
ed
è
naturale
che
sia
così
perché
la
sintassi
«
più
evidentemente
mostra
i
limiti
del
rapporto
fra
l’
individuo
e
l’
istituzione
»
,
parole
nelle
quali
si
rivela
ancora
una
volta
la
fedeltà
del
Nencioni
alla
stilistica
di
Bally
.
[13]
I
due
saggi
su
Pirandello
sono
molto
diversi
.
[14]
Il
primo
mette
in
rilievo
un
fatto
noto
specialmente
si
linguisti
che
ne
sono
fieri
e
cioè
che
il
futuro
drammaturgo
,
studente
a
Roma
,
andò
a
terminare
gli
studi
in
Germania
,
a
Bonn
,
per
contrasti
col
preside
di
Facoltà
,
il
latinista
Onorato
Occioni
.
[15]
Leopardi
linguista
[16]
Dunque
,
il
futuro
drammaturgo
si
addottorò
con
una
tesi
pubblicata
in
tedesco
sul
dialetto
di
Agrigento
,
che
allora
si
chiamava
Girgenti
.
[17]
L’
attività
pirandelliana
sembrò
poi
rivolgersi
a
un’
edizione
critica
di
Cecco
Angiolieri
,
rimasta
allo
stato
di
progetto
.
[18]
Se
la
sua
attività
di
linguista
e
di
filologo
cessò
col
rientro
in
Italia
,
in
Pirandello
troviamo
diagnosi
molto
precise
sulla
dicotomia
lingua
letteraria-dialetti
e
una
precisa
presa
di
posizione
quando
scrisse
in
dialetto
Liolà
e
,
aggiungiamo
,
La
Giara
,
poi
tradotte
dallo
stesso
autore
in
italiano
.
[19]
L’
altro
studio
pirandelliano
si
occupa
,
come
si
è
detto
,
delle
interiezioni
ed
entra
in
un
settore
più
tecnico
per
concludere
molto
adeguatamente
con
la
dimostrazione
di
«
quanto
acutamente
Pirandello
abbia
intuito
i
fenomeni
peculiari
del
parlato
e
ne
abbia
suggerito
i
tratti
salienti
»
.
[20]
Sull’
attività
di
Leopardi
lessicologo
e
lessicografo
il
Nencioni
fornisce
un
saggio
importante
ed
è
ben
intitolato
a
farlo
perché
a
lui
si
deve
se
,
fin
dal
1950
,
furono
messi
in
rilievo
alcuni
aspetti
,
divenuti
poi
di
dominio
comune
,
di
Leopardi
linguista
,
specie
per
quanto
riguarda
gli
europeismi
,
le
parole
,
cioè
,
comuni
alle
lingue
colte
di
tutta
Europa
,
nelle
scienze
e
nelle
arti
.
[21]
Qui
si
rinnova
non
solo
tale
importante
osservazione
(
ed
è
interessante
che
un
secolo
dopo
il
grande
linguista
francese
Antoine
Meillet
,
senza
conoscere
Leopardi
,
ne
riprendesse
l’
idea
fondamentale
)
,
ma
si
sottolineano
altri
aspetti
della
ricerca
leopardiana
sulla
lingua
e
in
particolare
la
sua
posizione
nei
riguardi
del
vocabolario
.
[22]
Il
poeta
collaborò
al
Vocabolario
della
lingua
italiana
di
Giuseppe
Manuzzi
,
fornendo
alcune
centinaia
di
integrazioni
,
molte
delle
quali
tratte
dal
Guicciardini
.
[23]
Sia
concessa
un’
ultima
osservazione
.
[24]
Nencioni
proviene
da
una
tradizione
di
studi
classici
e
rappresenta
una
generazione
di
studiosi
che
sanno
muoversi
in
direzioni
molto
varie
:
fatto
da
segnalare
come
raro
nel
momento
presente
.
[25]
Tristano
Bolelli
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