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La Mafia e la ‘ndranghita

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 12 marzo 1980
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column1-3


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Perché è difficile chiarire l’etimologia delle parole dialettali o gergali
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L'etimologia, lo studio, cioè, dell’origine e della storia delle parole, è il laboratorio magico del linguista: eppure un illustre glottologo del secolo scorso diceva che una cosa soprattutto desiderava che i suoi scolari imparassero: a non fare etimologie.
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La ragione è che l’etimologia è un campo minato, dove è possibile raggiungere risultati mirabili ma anche conoscere cocenti sconfitte.
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È, perciò, necessario che le etimologie siano fatte da chi conosce a fondo il mestiere.
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Nonostante il perfezionamento del metodo, restano insoluti molti problemi perché la storia delle parole è complessa e l'intrico delle tradizioni culturali è così grande da rendere a volte vano ogni sforzo.
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È un fatto che parole adoperate tutti i giorni non sono ancora spiegate.
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Valga per tutte appalto, di cui il primo volume (A-C) di un recente, ottimo, « Dizionario etimologico della lingua italiana », quello di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, pubblicato da Zanichelli dice: « L'origine della voce non è stata ancora chiarita ».
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Eppure si sa che, nel latino medioevale di Venezia, fin dal 1254 c'è apaltum e in italiano la parola compare nel 1549 in Bernardo Segni.
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Non è da credere che non siano state fatte proposte e Cortelazzo e Zolli le ricordano ma non ne sappiamo ancora abbastanza e la caccia è aperta.
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Altro termine di cui non si conosce con certezza l'origine è mafia, che si usa, parlando e scrivendo, con infausta frequenza, a designare quella vasta organizzazione clandestina criminosa nata nella Sicilia occidentale fra il 1820 e il 1840 allo scopo di difendere interessi di padroni e padrini al di fuori di ogni intervento della giustizia ufficiale.
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La voce è attestata a metà del secolo scorso e forse viene dall'arabo mahjas che significa « millanteria ».
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Tale derivazione è molto ipotetica ed è abbastanza curioso che il valore della parola araba sia più vicino ad un altro significato di mafia, quello di « ostentazione di eleganza; sfoggio; esibizione di coraggio » che, non registrato nelle prime due edizioni del famoso « Dizionario moderno » di Alfredo Panzini, compare nella terza (1918) nella forma maffia, del resto già in uso anche per il significato, se così si vuole dire, normale.
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Anche altre parole arabe sono state scomodate per indagare sull'origine di questo vocabolo ma proprio nessuna riesce a convincere.
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C'è, perfino, in mancanza di meglio, e ricorrendo all'immancabile polemica Nord-Sud, chi suppose che la parola mafia (o maffia) fosse portata in Sicilia dall'esercito piemontese, dimenticando una semplicissima cosa: che le parlate piemontesi non conoscevano tale voce e che sarebbe davvero inimmaginabile che se la fossero inventata per la strada.
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Angelico Prati, autore di un libro « Voci di gerganti, vagabondi e malviventi », del 1940 (nuova edizione, Pisa, Pacini, 1979) pensò ad un nome di donna, Mafia o Maffia, riferendosi ad una chiesa veneziana, S.
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Màfia de Muran, che sarà, invece, in connessione con Màffio, variante di Maffèo.
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La parola mafia è stata - ahimè - esportata e in francese e in inglese compare nello stesso anno: 1895.
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Un'altra voce la cui etimologia non è chiara è camorra, attestata all'incirca nello stesso tempo di mafia anche se, secondo Benedetto Croce, nel senso di « bisca », se ne trovano tracce fin dal 1735.
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Camorra, come oggi è intesa, e cioè « associazione della malavita napoletana per procurare favori o guadagni a chi ne fa parte », è stata considerata un composto in cui entrerebbe un antichissimo nome, morra "torma, banda" con un prefisso che si trova, non abbreviato, in catauno, cadauno.
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Ma chi resta persuaso di tale proposta?
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Ancora una volta gli studi storici, sociologici, folcloristici, molto numerosi (e parecchi sono pregevoli) cozzano contro un muro quando si vuole stabilire l’etimologia.
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Molto curiosa e di buon fondamento è, invece, l'origine di 'ndrangheta, l'« onorata società » calabrese alla quale si devono molti misfatti nel passato e nel presente (anch’essa attestata nel secolo scorso), se ha ragione Paolo Martino che, in un lavoro stampato nel 1978 nella « Biblioteca di ricerche linguistiche e filologiche » diretta a Roma da Walter Belardi, riconduce la voce al greco andragathía « coraggio, valore, virtù, rettitudine ». E qui mi par di vedere la faccia di qualche lettore. Come è possibile che un termine così onorevole all'origine abbia poi piegato il suo significato ad indicare qualcosa di criminoso? E qui il caso di ricordare, per esempio, che anche brigante voleva dire, nel Medioevo, « amante delle belle brigate, compagnone » e solo più tardi ad un valore non positivo. Il Martino ha fatto vedere il
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corrispondente appellativo 'ndranghitu ha, fra le sue connotazioni, quella di « uomo valente », « uomo capace di gesti coraggiosi » (di qui « uomo senza scrupoli » e « mafioso »). va dimenticato che la Calabria presenta ancor oggi, nei suoi dialetti, tracce consistenti di grecismi.
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Tristano Bolelli

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