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Ma l’accento, dove lo metto?

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 11 novembre 1979
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column4-7


[1]
Un romanziere che tiene, di prima mattina, una rubrica alla Radio, ha detto, parlando con una radioascoltatrice, Caffè Flòrian invece di Caffè Floriàn, come sarebbe stato giusto trattandosi di un nome della zona veneta che corrisponde al toscano Floriano.
[2]
Devo dire che mi ha sempre disturbato sentire, in Toscana, Trèvisan invece di Trevisàn o Pèllizzer invece di Pellizzèr: il primo è il corrispondente di Trevisani, che viene dal nome della città di Treviso; l'altro ci riporta ad un nome di mestiere derivato da pelliccia, che indicava chi lavorava o vendeva pelli di animali e pellicce e va perciò coi cognomi Pellizza, Pellizzi, Pelliccioni, Pellitteri, Impellizzeri, Impellitteri.
[3]
La delicata questione degli accenti italiani è molto trascurata anche da chi, parlando ad un pubblico molto vasto, che potrebbe vedere nell'interlocutore un modello da seguire, dovrebbe porre qualche attenzione e non dire, come io ho sentito alla televisione, Pontèdera invece di Pontedèra o lo scultore Gemìto invece di Gèmito, per tacere del latino memento àudere semper che va pronunciato memento audère semper («ricordati di osare sempre»: la traduzione non deve suonare offesa al lettore).
[4]
Nessuno ha mai obbligato a fare citazioni latine ma, se si fanno, si dicano, almeno, correttamente.
[5]
Chi dice Flòrian per Floriàn, Trèvisan per Trevisàn ecc., segue la tendenza che, nei dubbi, porta ad anticipare l'accento.
[6]
Si arriva perfino a dire, da giornalisti sportivi (li ho sentiti io) al ràlentí che nasce dal francese au ralenti (che ovviamente si pronuncia con l'accento in fondo), male adattato all'italiano in una forma che a me pare fastidiosa, quando sarebbe così facile dire al rallentatore; oppure pìvot che, nella pallacanestro, designa il giocatore che costituisce il perno dell'attacco.
[7]
Anche in questo caso, la parola francese dovrebbe essere pronunziata pivó; chi pronunzia vot o segue la tendenza che abbiamo sopra enunciata o si riferisce indebitamente a una pronunzia inglese che pone l'accento sulla prima sillaba.
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Un caso interessante per alcune gustose implicazioni, anche se ben noto, è quello della parola regime.
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Una ragione apparentemente etimologica vorrebbe che si pronunziasse règime (il latino ha, infatti, regimen con l'accento sulla prima sillaba).
[10]
Noi, però, diciamo comunemente regìme.
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Perché?
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La voce non è entrata in italiano direttamente dal latino ma attraverso il francese régime (con l'accento sull'i), come molti altri termini della politica, dell'amminiistrazione, ecc.
[13]
Il commento fatto a questa parola da Niccolò Tommaseo nel suo «Nuovo dizionario della lingua italiana» (pubblicato fra il 1865 e il 1879) è significativo.
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Il Tommaseo, che approfittava delle parole per scaricare i suoi umori, così annota: « Dicono regìme piano, non sdrucciolo perché lo ripetono dal francese. A noi non è necessa- rio avendo Dieta, Vitto, Governo (della salute); Cura, Custodimento. Ma se s'ha a dire dicasi non da barbari».
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Dopo aver notato il significato medico come «Regola da osservare nella maniera di vivere, in ordine alla sanità, massime in quanto agli alimenti», continua: «Dicono anche Regìme di vita in senso morale e civile, Regime politico, daziario. Inutile».
[16]
Questo perentorio Inutile è preannunciato da due croci ad indicare che il termine è recente e gravemente biasimato.
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Tutto si sarebbe potuto dire ma non che il termine fosse inutile: la preveggenza di anche grandi vocabolaristi non è davvero da garantire.
[18]
Il più generale problema dell'accento italiano comporta un certo numero di parole che si distinguono perché sono accentate in modo diverse: e non sarà da insistere sui casi di ricordàtí e rícòrdati, perdóno e pèrdono, ecc.
[19]
È uno dei punti che riescono più difficili per uno straniero che impara l'italiano.
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Il francese, come è noto, non presenta ostacoli per quanto riguarda l'accento, che è fisso sull’ultima sillaba di ogni parola anche nelle voci di prestito e nei nomi propri stranieri.
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Così si sentirà dire panoramà, Ougandà, Calvinò, Fellinì.
[22]
L’inglese è sensibile alla posizione dell'accento che permette di distinguere fra sostantivo e verbo, tanto che rébel vuol dire «ribelle» e (to) rebèl «ribellarsi».
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Certe lingue lontane da noi non hanno un accento simile al nostro.
[24]
Il cinese, per esempio, ha parecchi toni che servono a distinguere i significati, spesso assai lontani, dello stesso monosillabo.
[25]
Così il monosillabo ma vuol dire, a seconda delle intonazioni che lo contraddistinguono, concetti tanto lontani come «madre», «canapa», «cavallo», «maledire».
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Studiando il cinese, occorre, dunque, orecchio e pratica nella lingua parlata e, se si consulta un vocabolario, bisogna fare attenzione alle annotazioni che, indicando come va intonato il segno, permettono di capirne i diversi significati.

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