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Maarten Janssen, 2014-
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Quando Verdi afferra il brando
Language column
La lingua che parliamo
Author
Tristano Bolelli
Date
10
dicembre
1982
more header data
[1]
In
ogni
lingua
che
ha
dietro
di
sé
una
storia
fatta
anche
di
documenti
letterari
,
le
parole
si
collocano
in
diverse
stratificazioni
.
[2]
Per
esempio
,
la
voce
angoscia
deriva
,
per
via
popolare
diretta
,
senza
interruzione
di
continuità
,
dal
latino
angustia
;
è
chiaro
,
invece
,
che
l’
italiano
angustia
è
un
prestito
dotto
preso
di
peso
dal
latino
.
[3]
Uguale
giudizio
va
dato
alle
coppie
vergogna
(
direttamente
discesa
dal
latino
verecundia
)
o
verecondia
,
in
cui
il
solo
segno
di
italianità
è
in
quell’
o
invece
di
u
che
la
distingue
dal
latino
dal
quale
è
stata
presa
a
prestito
;
biscia
viene
dal
latino
bestia
per
via
diretta
,
mentre
bestia
è
voce
di
prestito
,
e
così
via
.
[4]
Bisogna
dire
che
le
ragioni
che
inducono
a
giudicare
se
una
voce
sia
di
tradizione
diretta
,
e
cioè
popolare
,
o
di
origine
dotta
,
cioè
un
prestito
,
non
sono
sempre
evidenti
.
[5]
Certamente
sono
meno
evidenti
che
in
francese
e
questo
perché
le
trasformazioni
subite
dalla
voce
italiana
venendo
dal
latino
sono
molto
meno
numerose
che
in
francese
.
[6]
È
evidente
che
l’
italiano
occhio
e
oculare
,
l’
uno
di
tradizione
diretta
,
l’
altro
prestito
,
sono
assai
più
vicini
fra
di
loro
del
francese
oeil
e
oculaire
;
eppure
tutte
e
due
le
coppie
risalgono
rispettivamente
al
latino
oculus
e
ocularis
per
le
due
vie
or
ora
indicate
.
[7]
Non
vorrei
che
il
lettore
si
fosse
già
messo
in
sospetto
per
l’
apparente
tecnicismo
del
discorso
che
ora
procederà
per
una
via
molto
più
agevole
.
[8]
Recentemente
,
nello
sceneggiato
televisivo
su
Giuseppe
Verdi
,
si
è
fatto
più
che
un
cenno
ai
libretti
delle
sue
opere
che
,
brutti
come
sono
hanno
una
parte
importantissima
nella
tessitura
della
musica
.
[9]
Verdi
non
aveva
certo
rispetto
per
i
suoi
librettisti
e
li
costringeva
a
servire
alle
sue
esigenze
.
[10]
Dal
suo
punto
di
vista
,
aveva
certamente
ragione
.
[11]
Ebbene
,
la
lingua
di
quei
libretti
pullula
di
voci
dotte
di
prestito
,
come
del
resto
tutta
la
lingua
della
poesia
fino
a
tutto
l’
Ottocento
e
,
per
alcuni
poeti
,
anche
oltre
.
[12]
Certo
vi
è
un
contrasto
stridente
fra
la
naturalezza
e
la
capacità
della
musica
verdiana
di
essere
accolta
dal
popolo
e
le
parole
dei
librettisti
.
[13]
Fra
le
voci
dotte
della
lingua
poetica
italiana
,
così
frequenti
anche
nei
libretti
,
spiccano
latinismi
di
prestito
come
aulente
per
«
profumato
»
,
redire
per
«
tornare
»
,
aer
e
per
«
aria
»
,
colubro
per
«
serpente
»
,
pruina
per
«
brina
»
,
vulgo
per
«
volgo
»
,
egro
per
«
infermo
»
,
onusto
per
«
carico
»
?
[14]
Accanto
a
questi
latinismi
,
ancora
voci
dotte
come
destriero
«
cavallo
da
sella
»
,
rimembrare
«
ricordare
»
,
ostello
«
alloggio
,
albergo
»
,
fiata
«
volta
»
,
brando
«
spada
»
,
tutte
giunte
dalla
Francia
,
quale
che
fosse
la
loro
origine
remota
.
[15]
Un
esame
delle
parole
venute
dal
francese
ci
riporta
al
Duecento
quando
la
poesia
d’
Oltralpe
,
provenzale
e
francese
,
influenzò
grandemente
la
lirica
delle
origini
.
[16]
E
forse
superfluo
dire
che
la
tradizione
delle
voci
poetiche
in
italiano
si
è
tramandata
di
secolo
in
secolo
(
e
perfino
nella
lingua
della
poesia
popolare
:
si
pensi
al
Maggi
della
Versillaì
mentre
la
prosa
si
depurava
via
via
,
fissandosi
in
moduli
meno
arcaici
ed
accogliendo
,
magari
,
termini
tecnici
stranieri
moderni
di
uso
comune
.
Il
Settecento
e
il
primo
Ottocento
insegnino
.
[17]
Certo
in
autori
anche
grandi
,
la
lingua
della
poesia
è
più
arcaica
rispetto
alla
lingua
prosastica
,
anche
al
di
fuori
dell’
esempio
più
clamoroso
,
quello
manzoniano
,
che
,
però
,
va
visto
in
una
successione
di
tempi
e
di
ideologie
.
[18]
Ma
anche
in
un’
opera
poetica
come
Il
Conte
di
Carmagnola
,
Silvio
Pellico
,
dopo
aver
riferito
,
in
una
lettera
al
fratello
,
la
riseva
del
Monti
sullo
stile
che
gli
pareva
prosastico
esprimendo
il
suo
vivo
entusiasmo
,
diceva
che
,
in
realtà
,
si
trattava
di
stile
assunto
deliberatamente
dell’
Autore
per
«
renderne
cara
la
lettura
anche
a
coloro
che
non
sono
educati
al
linguaggio
poetico
»
.
[19]
Siamo
nel
1819
:
nel
1821
il
Manzoni
cominciava
quel
romanzo
,
Fermo
e
Lucia
,
che
diventerà
,
dopo
un
lungo
travaglio
linguistico
,
I
Promessi
Sposi
,
modello
per
tutti
gli
italiani
che
si
avviavano
all’
unità
politica
e
che
avevano
,
perciò
,
bisogno
di
una
unità
linguistica
.
[20]
Non
più
parole
della
poesia
,
ormai
(
quella
degli
Inni
Sacri
e
del
Cinque
Maggio
)
ma
un
linguaggio
vicino
alla
lingua
popolare
,
al
modo
di
esprimersi
di
ogni
giorno
.
[21]
Per
avere
qualcosa
di
simile
nella
poesia
,
occorrerà
aspettare
poeti
del
Novecento
.
[22]
Tristano
Bolelli
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