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La lingua che parliamo: dai tele-errori ai livelli di stupidità

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 10 aprile 1985


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Nautìlus, Padanìa e il citrullo

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In una trasmissione televisiva domenicale per lo più piacevole e gentile, si offrono, alla fine, alle signore e signorine ospiti, fiori, agli uomini un grosso volume che si chiama Dop che fa venire in mente Doc ma non si riferisce, come quest’ultima sigla, al vino («di origine controllata») bensì significa Dizionario di ortografia e pronunzia, edito dalla Rai. Mi sono sempre domandato perché il volume non venga regalato agli annunciatori ed alle annunciatrici che, in cospicuo numero, sbagliano nel leggere le parole italiane. Sembra proprio che negli ultimi spropositi pronunciali al teleschermo siano icona per icòna, riferita dall’amico Luciano Satta, e, per mia diretta audizione, Pìeve Pelàgo invece di Pieve Pèlago, Malàchia, invece di Malachìa, Padanìa per Padània. Riferiti dallo stesso Satta ci sono i radiofonici nautìlus per nàutilus e arènile per arenìle.

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Quanto al latino, è meglio non parlarne. Anzi, mi meraviglio che qualcuno abbia il coraggio di citarlo in tempi così calamitosi per il suo insegnamento se è vero che ho sentito (in questo caso si trattava di un giornalista ospite, non di professionista del microfono, il che può essere per certi aspetti ancor peggio o ancor meglio, a seconda del punto di vista) questa non mòvere invece di questa non movère.

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Credere, ottimisticamente, che quel giornalista, appartenente ad un settimanale di politica, di cultura ecc. di larghissima diffusione, volesse di proposito pronunziare come un autore del VI secolo dopo Cristo, diciamo come Venanzio Fortunato, in cui un mòvere appunto si trova ed è una spia del passaggio dalla lingua classica al latino preromanzo (quello da cui sono nate le lingue romanze) mi sembra del tutto inverosimile. Si ha un bel dire che le opere riguardanti la nostra lingua vanno a ruba: una vera attenzione per l’italiano, in un’epoca di invasione dell’inglese, non c’è.

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A proposito dell’inglese in n recente articolo di questa rubrica ho scritto che l’ultimo Zingarelli, certamente il più completo vocabolario dell’italiano finora a disposizione, contenente 127 mila lemmi, ha imbarcato voci straniere senza risparmi.

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Un alto personaggio della Casa editrice che ha pubblicato lo Zingarelli mi ha, con molta gentilezza e scherzosamente, fatto notare che proprio nel titolo del mio articolo compariva la voce computer anche se, diceva, era da immaginare che il titolo fosse della redazione (e così infatti era). Aggiungeva (ed è verissimo) che nelle definizioni del vocabolario si usa generalmente elaboratore.

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Anche qui occorre, credo, distinguere diversi gradi. Se computer è diffusissimo, cobbler, pure registrato nello Zingarelli, che significa «bevanda moderatamente alcolica costituita da una miscela di liquore con molta frutta fresca spremuta», forse potrebbe essere tralasciato in un vocabolario italiano.

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Le parole straniere ci pongono il problema dalla loro traduzione. Quando ho proposto a Fruttero e Lucentini la traduzione dell’inglese Sucker con fesso, se non si vuole usare sempliciotto, stolto, gonzo, credulone, merlo, pollo, ciascuno dei quali va collocato in registri in parte diversi, non ho creduto di esaudire la serie. Ed infatti una gentile lettrice propone citrullo, voce di origine napoletana (attribuita anche come cognome dalla tradizione popolare a Pulcinella), diffusa anche in Toscana dove si affianca a cetriolo (oltre al comunissimo bischero che le signore di un tempo non pronunciavano ed alcune signore d’oggi non pronunciano).

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Qualcuno potrebbe dire che anche dicendo citrullo occorre, etimologicamente, porre una fase intermedia nella quale la parola volava dire «membro virile». Ma in questo caso, la voce, diffusissima dai primi del 700 in poi coi derivati citrullaggine, citrullino, citrulletto ecc. ha perso ogni crudo riferimento anatomico ed è ormai solo un dato erudito.

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Un altro lettore suggerisce il veneto mona ma su questa voce sono da fare alcune considerazioni. Intanto è dialettale, nel senso che non è mai uscita dal territorio veneto e sarebbe difficile farla accettare dagli italiani. Inoltre il suo significato è legato a quello di «natura femminile» e può essere, anche se può dirsi affettuosamente, un’offesa Monada, anche se vuol dire «sciocchezza» è pur sempre definita dai vecchi vocabolari dialettali, «voce bassa». Ma se andiamo nelle cosiddette voci basse, allora io ho una lunga serie di parole che non mi piace mettere in piazza.

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Tristano Bolelli


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