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«Solo più» e altri orrori

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 09 gennaio 1983


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Da tempo non converso coi lettori e le loro lettere hanno raggiunto una mole notevole.
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È ora di dare qualche risposta, ma prima di ogni altra cosa, mi sia permesso notare come quasi tutte le missive portino parole di sdegno contro chi usa forme improprie o sbagliate.
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La domanda che più frequentemente mi viene rivolta è: «Non si sente inorridito?».
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Anche quando non mi viene chiesto nulla, le reazioni sono: «A sentire quelle parole mi è andato di traverso il pasto».
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«Ho strabuzzato gli occhi», «Quei giornalisti dovrebbero vergognarsi», ecc.
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Vi sono dunque ancora persone capaci di sdegno nella difesa della proprietà della lingua e, anche se, per mia natura, sono portato a spiegare (non ho detto giustificare) le deviazioni della norma, devo ammettere che molte cose portate alla mia attenzione e di cui, del resto, sono ben consapevole, appaiono nefande.
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Ma, piuttosto che abbandonarsi ad uno sterile compianto, vediamo di ragionare su alcune questioni di interesse generale.
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Una lettrice mi segnala Il jugoslavo, comparso sul nostro giornale un paio di mesi fa.
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Non vi è dubbio che la forma d’uso è lo jugoslavo perché quella j è una semivocale.
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Del resto, la riprova si ha al plurale.
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Se il plurale di li suona i e il plurale di lo è gli, chi direbbe mai I jugoslavi?
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Un lettore richiama la mia attenzione sul verbo concretizzare e mi domanda che differenza c’è con il vecchio concretare, da lui sentito quando era ragazzo.
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Direi proprio che non c’è nessuna differenza se non un uso più antico di concretare, che compare nel 700, ed è attestato per la prima volta nell’Algarotti, mentre concretizzare è di un secolo più recente. Il Tommaseo diche che concretizzare «è inutile, e ancor più inelegante di concretare». Ed aggiunge a mo’ di rimprovero: «Il Gioberti usa concretizzare».
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Il fatto è che sia l’uno che l’altro sono stati coniati da concreto ma la spinta è venuta dalle voci francesi concréter e concrétiser.
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Oggi è più frequente l’«inutile» concretizzare.
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Un altro lettore mi sottopone un testo a stampa, fotocopiato, senza indicare l’autore e la fonte, in cui si legge: «Il mondo intero è visto, centrato, come si direbbe in termini fotografici, sotto l’aspetto della parvenza di cui l’essere è solo più un attributo».
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In rosso è segnato quel solo più: e mi pare con ragione, perché quel più è davvero di troppo.
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Ma la domanda di maggior interesse e, in qualche modo, più impegnativa mi viene rivolta da una lettrice, il cui atteggiamento è di una apprezzabile critica di se stessa.
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Dice, dunque, la lettrice, di aver pronunciato la seguente frase: «Se, dato e non concesso, il tempo pieno dovrebbe dare indipendenza ed autonomia ai bambini, nel caso specifico ha doppiamente fallito».
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Aggiunge che, appena sfuggito il condizionale, si corresse, ma ritiene che «logicamente», anche se non grammaticalmente, l’espressione sia esatta.
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Mi chiede, perciò, se è possibile usare in questo modo il condizionale.
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Ebbene, un enunciato come «Anche se potrei farlo senza incorre in trasgressioni alla legge, non voglio» non appare scorretto, anche se è preferibile un’espressione impostata in un altro modo.
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Infatti, gli enunciati «Anche se potessi farlo» ecc. e «Anche se posso farlo» ecc. non rendono bene la situazione di chi si suppone sia chiamato a fare una scelta o vuole esprimersi con modestia.
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Del resto, ho sottomano un esempio analogo, trovato nella prosa di uno dei maggiori classicisti dei nostri tempi, che suona così: «Se, perciò, io non sarei alieno dall’anticipare lo studio del latino nella scuola media dell’obbligo ciò che forse meraviglierà il lettore è che io, classicista, sono nettamente contrario all’introduzione del latino come materia obbligatoria in quel tipo di scuola».
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La lettrice è, dunque, in buona compagnia e la sua frase pare accettabile.
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Errore sarebbe stato, invece, usare il se col condizionale per il congiuntivo come si riscontra in alcuni dialetti, in particolare in quelli meridionali e perfino in certi angoli della Toscana, se è vero che a Monte Giovi presso l’Amiata si è rilevato un «Se non sareste venuta da noi non avreste camminato più» e a Siena un «Se lo cercaresti (=cercheresti), lo trovaresti (=troveresti)».
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L’uso del condizionale nella frase della lettrice si fonda sul fatto che in frase indipendente avremmo avuto: «Il tempo pieno dovrebbe dare indipendenza ed autonomia ai bambini, ma nel caso specifico, ha fallito».
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Forse, nella frase esaminata, la contemporanea presenza di se e di dato e non concesso ha prodotto una ridondanza che rende macchinoso il periodo.
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In realtà, il condizionale è sufficiente a mettere in forse ciò che viene enunciato.
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Tristano Bolelli

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