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Fu così che Simone e Saul divennero Pietro e Paolo

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 8 giugno 1985


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Molti nomi di persona, anche fra i più comuni e diffusi in tutte le lingue europee, racchiudono vicende che riportano ad intrecci di culture inaspettati e pieni di significato.
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Se uno si chiama Benigno o Beniamino o Clemente o Pio, quali che siano i senti ai quali questi appellativi si riferiscono, ha un nome trasparente, parlante; ma già se uno si chiama Pietro, pur sapendo del comune accostamento a pietra, può non conoscere attraverso quali vicende il suo nome sia passato.
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Ebbene, quando nel Vangelo di San Matteo leggiamo: «Io dico che tu sei Pietro e su questa Pietro edificherò la mia Chiesa» avvertiamo, pur nella solennità dell’annuncio, un gioco di parole.
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Il testo che noi abbiamo è traduzione di quello latino, a sua volta traduzione dal greco che presenta un nome di persona, Petros, che allude al nome della roccia (petra in greco si chiama «roccia, sasso, pietra», più comune dell’altra voce, petros, che ha anch’essa il significato di «pietra» ma si riferisce soprattutto alla pietra quando è scagliata).
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Ma noi sappiamo che San Pietro si chiamava Simone e che il secondo nome, Pietro, fu imposto da Gesù in persona.
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Ora, occorre dire che Cristo e i suoi discepoli parlavano in aramaico, una delle lingue del gruppo semitico, e sorge, perciò, la curiosità di sapere come il riferimento della roccia sia nato.
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Ad uscire dal dubbio aiuta il testo di San Giovanni che non solo tramanda la forma greca Petros ma quella aramaica.
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Tradotto, il passo di Giovanni suona così: «Tu sarai chiamato Kefas, che vuol dire Pietro».
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Ed ecco la spiegazione.
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Gesù impose al suo principale discepolo il nome di Kefas che significa, appunto «roccia» e la traduzione greca si ingegnò di trovare l’appellativo Pietro che significa lo stesso concetto.
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Così, in una serie di riferimenti che interessano vari testi evangelici, ci ritroviamo all’origine del gioco di parole tanto carico di storia.
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Verte voci sono dunque echi lontani che trasmettono messaggio complessi che la linguistica riesce, anche se non sempre, a chiarire.
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Accanto a quella di Pietro è interessante a storia di Paolo.
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È nome di discendenza latina e significa in origine «piccolo».
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San Paolo, prima della conversione, si chiamava con un nome ebraico, Saul, che interpretato «offerto a (Dio)» oppure, secondo un’altra spiegazione, «ottenuto con le preghiere».
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Era di una famiglia ebraica ed il nuovo latino lo assunse quando, sulla strada di Damasco, ebbe la folgorazione che lo convertì.
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Fra tutte le rappresentazioni di quell’avvenimento, la più alta e drammatica è quella del Caravaggio nel celebre quadro di Santa Maria del Popolo a Roma.
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Quando a Giovanni, nome del precursore di Gesù, figlio di Zaccaria e di Elisabetta, ed anche del più amato dei discepoli di Cristo, l’evangelista, attraverso la solita trafila italiano-latino-greco, si risale ad un nome ebraico, Yohanan, che significa «Dio ha avuto misericordia» con cui ci ha si riferiva ad un figlio lungamente atteso, nato dopo molti anni di matrimonio, quando ormai la speranza di discendenza era divenuta scarsa.
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È da notare che il secondo elemento, hanan è quello che troviamo in Anna.
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Nel Medioevo, in cui non esisteva una scienza etimologica come noi l’intendiamo, ma erano tramandati in modo più o meno esatto i significati dei nomi biblici, il valore originario di Giovanni era spiegato, anche se con qualche diversità.
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Basti ricordare che Dante che nel XII canto del Paradiso, a proposito dei genitori di San Domenico, dice per bocca di San Bonaventura: «Oh padre veramente Felice! / O madre sua veramente Giovanna, / se interpretata, val come si dice!».
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L’interpretazione era un riferimento al valore originario che allora si intendeva come «grazia di Dio».
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Anche per questa via, dei nomi propri, si scorge un legame fra la civiltà ebraica, quella cristiana e noi, inquieti eredi di tante esperienze.
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In un solo nome sono dunque spesso racchiusi tesori di cultura ed anche il Medioevo fede a modo suo grande uso di spiegazioni o meglio di riferimenti etimologici e pseudo-etimologici che costituivano una non trascurabile parte del sapere.

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