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La mafia è parola tabù

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 7 ottobre 1980


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Secondo notizie di stampa, gli italo-americani sono adirati contro Reagan perché ha usato la parola maa.

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Viene da chiedersi se l'ha diretta a loro, ma l’articolo, proveniente da New York, precisa che la parola è stata adoperata per designare i georgiani che fanno parte dell'ufficio di Carter alla Casa Bianca.

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La protesta di due parlamentari italo-americani è stata così motivata: « Il termine 'mafia' è altamente offensivo. Per anni gli italo-americaní si sono battuti per elimínarne l'uso nel linguaggio comune ». Aggiungevano che Nixon, quando era presideme, aveva impartito ferme disposizioni perché la parola « mafia » non fosse mai usata dagli organi giudiziari e di polizia del govemo federale.

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C'è di che essere sbalorditi, non perché mafia e mafioso non siano offensivi ma perché, in quello che viene raccontato, si vuol mettere fuori legge una parola, come se questo bastasse ad eliminare la cosa. Insomma, sarebbe come bandire la parola « ladro » con la speranza che da quel momento non ci siano più furti.

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L’innominabilità di una cosa si configura in quello che viene chiamato tabù, di cui l'Enciclopedia Italiana consiglia la pronuncia tàbu, mentre vocabolari moderni si attengono, in genere (quando non riportano le due possibilità), all'accento sull'ultima vocale, in considerazione del fatto che la parola, di origine polinesiana, raccolta, a quanto pare, per la prima volta dal capitano Cook nel 1777, ci è giunta attraverso il francese tabou.

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Il tabù linguistico si esercita in diversi gradi, dalla innominabilità della divinità per riverenza e timore, a quella degli animali che si cacciano, perché non sfuggano o non diventino pericolosi. dai riferimenti sessuali a quelli della malattia e della morte.

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È stata oggetto di sarcasmi l'usanza di popoli primitivi che non pronunciano il nome della suocera.

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Resta ancor oggi in uso la credenza che qualcuno, perché si suppone che porti sfortuna, non debba essere nominato e che una grave malattia come il cancro si designi con una perifrasi come « un brutto male ».

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L’argomento è fra i più interessanti della linguistica e basterà ricordare che, in molte lingue, gli animali da cacciare sono nominati in modo molto diverso da quello originario: un cervo diventa « il cornuto » (e questo è il valore del latino cervus), un orso è chiamato, come nelle lingue slave, « mangiatore di miele » (si pensi al russo medved') o, come nelle lingue germaniche, « il bruno » (ed è questo il caso del tedesco Bär).

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Anche l'amico nome del serpente rappresentato nella sua forma antica in alcune lingue lende ad essere sostituito da epiteti: « terrestre », « verde », « ripugnante ».

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È significativo che, per esprimere destro, quasi tutte le lingue indoeuropee usino una parola sola, quella appunto, rappresentata dal latino dexter, mentre sinistro deve essere stato oggetto di tabù. Del resto, anche nelle lingue romanze avviene la stessa cosa. Per « destro » c'è una parola dominante mentre per « sinistro » si ricorre ad una pluralità di voci. La mano sinistra, per esempio, è detta anche manca o stanca. Basterà qui ricordare Dante: Volgemmo e discendemmo a mano stanca. I dialetti sono ancora più vari nelle loro espressioni.

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Ora, non sarà da sottovalutare il fatto innegabile che la mano sinistra è, di solito, meno forte della destra e questo potrebbe spiegare molte denominazioni, ma che già in latino sinister avesse un significato sfavorevole e tendesse ad essere colpito da tabù è cosa innegabile.

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Tristano Bolelli


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