Sentence view

«Monnezzaro» per colpa degli Osci

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 7 aprile 1981


[1]
In una trasmissione televisiva, Domenica in..., l'attrice Monica Vitti e gli attori Enrico Montesano e Vittorio Gassman hanno parlato del personaggio di un film che fa il monnezzara e hanno scherzato non solo sui sinonimi in varia misura più nobili scapino e operatore ecologico (non mi pare che abbiano citato netturbino) ma sullo stesso monnezzaro, dicendo che meglio si sarebbe dovuto chiamare monnezzaio.
[2]
Non vi è dubbio che il suffisso -aio, invece di -aro caratterizza la Toscana perché, sia nell'Italia settentrionale che in quella meridionale, si incontra solo -aro, nelle varie forme dialettali, tanto che se si sente scarparo, calzolaro e simili siamo certi di non essere in Toscana ma nel Nord o nel Sud del nostro Paese.
[3]
Le forme in -aio e in -aro rappresentano gli esiti contrapposti dello stesso suflisso latino -arius, rispettivamente nella veste toscana e in quella delle altre regioni.
[4]
In francese lo stesso suffisso ha dato -ier, penetrato in Italia nelle forme del tipo scudiere, cavaliere, ecc.
[5]
È ben vero che anche in Toscana si hanno forme in -aro come danaro, notaro che vengono, però, dai plurali in -ari che poi hanno dato vita ai singolari.
[6]
Ma monnezzaro si presta ad altre considerazioni per quel -nn- invece di -nd-; infatti la forma non romanesca, non meridionale suonerebbe (im) mondezzaio.
[7]
La storia di questo fenomeno è molto interessante e curiosa.
[8]
Se a Roma (e, in genere, nell'Italia meridionale) sentiamo dire risponne per « rispondere », ritonno per « rotondo », dicenno per « dicendo », commannare per « comandare » e simili e ci domandiamo perché, ci troviamo di fronte ad una risposta sorprendente.
[9]
Infatti, non solo negli stessi scrittori romaneschi più recenti, come è da aspettarsi, il fenomeno è sempre presente (ricordo solo un esempio del Belli: Cosa beveva quanno [quando] da ragazzo / scardazzava la lana a Sammicchele? ed uno di Trilussa: Voi siete bionna bionna [bionda bionda] io sono moro) ma anche in testimonianze antiche.
[10]
In quella straordinaria opera del Trecento che è la Cronica di Anonimo romano (che comprende la Vita di Cola di Rienzo) ripubblicata poco più di un anno fa in una splendida edizione critica da Giuseppe Porta presso Adelphi, troviamo abannonare (abbandonare), abunnanzia (abbondanza), accomannare (comandare), adomannare (domandare), affaccennati (affaccendati), affonnare (affondare), per ricordare solo alcuni esempi della lettera A.
[11]
La Cronica attesta dunque che nel Trecento a Roma la caratteristica di oggi era costantemente presente.
[12]
Eppure la lingua del Trecento a Roma era ben diversa da quella di oggi, in buona parte influenzata dal toscano tanto da aver suggerito, in modo, però, alquanto improprio, il detto Lingua toscana in bocca romana.
[13]
L’influenza toscana si fa risalire al prestigio della Corte papale coi pontefici medicei del Cinquecento che costitui un modello per i Romani.
[14]
Torniamo alla domanda che ci siamo posta: quando il gruppo formato da -nd- è diventato nn-?
[15]
L'operetta di un maestro di scuola, un certo Probo, probabilmente del IV secolo dopo Cristo, registra in un elenco di parole, accanto alla voce latina grundio (« grugnire ») la forma errata grunnio. Cosa è questa se non una spia del fenomeno di cui ci siamo occupati? Inoltre, nelle Iscrizioni pompeiane (anteriori, dunque, al fatale anno della distruzione della città dovuta all'eruzione del Vesuvio, il 79 dopo Cristo) si ha il nome proprio Verecunnus, che sta per Verecundus « Verecondo » (a meno che in questo caso non si tratti di un gioco di parole).
[16]
Ebbene, a Pompei si parlavano tre lingue: il latino, l'osco e il greco.
[17]
Che dire poi se da sicure testimonianze epigrafiche possiamo dedurre che nell'osco e nell'umbro, antiche parlate dell’Italia centrale e meridionale, il nesso suonava -nn- invece di nd- come provano alcuni esempi delle anche iscrizioni, anche quelle scritte in osco a Pompei?
[18]
La conclusione alla quale sono arrivati alcuni studiosi è che il fenomeno di cui abbiamo parlato debba risalire senza interruzione di continuità agli Osci che avrebbero introdotto quella particolarità di pronunzia nel latino da loro adottato per trasmetterlo ai dialetti che ancora oggi si parlano in quelle regioni.
[19]
Tristano Bolelli

Text viewParagraph view