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Lettere di emigrati

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 06 agosto 1983
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column5-7


[1]
Un giorno quando esistevano le donne di servizio, una signora si offrì di aiutare la sua collaboratrice domestica analfabeta a scrivere al marito e le disse: «Allora cominciamo con Caro marito», «Oh, no, ribatté la domestica: Dilettissimo consorte».
[2]
Il filologo che raccontava il fatto, realmente accaduto, faceva notare che quell’aggettivo dilettissimo proveniva quasi certamente, nel vocabolario della donna, da «dilettissimi fratelli» udito in chiesa in prediche domenicali.
[3]
Quanto a consorte, rispetto a marito, era anch’essa una voce dotta perché, di fronte alla pagina scritta, anche una persona ignorante si sente portata ad elevare il tono distinguendo fra due livelli di espressione molto diversi.
[4]
A parte questa considerazione generale, si è notato, negli ultimi tempi, che per indagare in modo più penetrante su certi avvenimenti storici di massa, è utile studiare le lettere di gente semplice e di poca cultura che scriveva non certo per gusto letterario ma per necessità pratiche, per dare e ricevere notizie o per chiedere un favore per o per i propri familiari.
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Esistono, così, raccolte di lettere di gente umile che si riferiscono, per esempio, all’emigrazione nell’America Latina fra il 1676 e il 1902 (il raccoglitore è Emilio Franchina) e alla Grande Guerra (a cura di Fabio Foresti, Paola Morisi, Maria Resca).
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Per lo studioso di lingua, al di fuori dell’importanza storica, tali documenti sono interessanti per i modi di espressione di quella povera gente che sapeva a malapena leggere e scrivere e che qualche volta doveva ricorrere, come la domestica di cui abbiamo parlato, ad un’altra persona per comunicare con un parente o un amico lontano.
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Ecco un breve esempio di un contadino che scriveva il 23 aprile 1878: «Charisimo padre e madre io son venuto con queste due righe a farvi sapere il stato di mia perfetta salute e così spero il simile di voi e di tutta la mia famiglia vi fasio sapere che io mi trovo essere a Jesus Maria cun molta Alegria a essere 700 più tutti friulani asieme la nostra pusisione e sai bella buon aria e buona aqua al più e così mi farete sapere se avette volontà di venire ma se avette da venire avette di lavorare di contadino perche lavori non si trova di nasciun arte vi fasio sapere che il sole tramonta dove che cha da noi altri il leva».
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Bastano queste poche parole per fornire indicazioni linguistiche precise.
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A parte la divisione delle parole e delle sillabe della stessa parola (la prima è scritta cha ri simo), sul piano ortografico si nota l’uso di ch per c, di q per cq in aqua o quel cha per qua.
[10]
L’uso delle consonanti doppie ora è perfetto ora è carente (charisimo, azieme, alegria, e, al contrario, avette per «avete», più volte ripetuto) e rivela l’origine settentrionale, così come fasio per faccio, nesciuno per nessuno, pusisione per posizione.
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La sintassi e la punteggiatura sono pressoché inesistenti ma si deve riconoscere un’innegabile capacità di farsi capire.
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Qui si impone un’osservazione: se è vero che al tempo dell’unità d’Italia circa l’ottanta per cento degli italiani, particolarmente del Sud, era analfabeta, nell’altro venti per cento dovevano pure esserci molti che scrivevano come il povero colono friulano.
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Veniamo ad un altro esempio, questo della Grande guerra.
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Il 23 gennaio 1917 un soldato scriveva: «Vengo a voi con cuore contento col ringraziarvi della lettera avuta dicendovi che tutto abbiamo avuto ed informati ma bisogna fare istruzione e poi speriamo dandare al lavoro Caro Vilaliano se non fosse per disturbarvi mi occorebbe un certtificato dal S. Sindaco di Persiceto e firmato dal Signor Maresiallo dei R. Carabienieri per venire a casa perche senza codesta cosa non danno permesso a nessuno. Vi saluto di vero cuore ringraziandovi della vostra buona e decorevole persona vi auguro sempre salute e fortuna, a voi e tutta la vostra famiglia e sono vostro conosente (B.L.)».
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Anche in questa lettera, che appare più spigliata, l’ortografia è carente (dandare, Carabienieri, perché).
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Vi è perfino un uso alquanto letterario di un codesta.
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L’origine emiliana traspare da maresiallo e da conosente, notevole anche perché sta per riconoscente.
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L’occorebbe per occorerebbe è una aplologia e il decorevole tradisce quasi un sussulto di una non raggiunta letterarietà.
[19]
La sintassi presenza qualche oscurità.
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Quello che si voleva dire fin dal principio è che la storia della nostra lingua non è fatta soltanto di opere di alto valore letterario ma anche di documenti di gente umile e di poca istruzione tramandati quasi fortunosamente.
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In essi troviamo espressioni che rivelano lo sforzo fatto da utenti dell’italiano che certamente fra di loro parlavano in dialetto ed erano ai margini di quella lingua letteraria alla quale ricorrevano in circostanze importanti, quando dovevano comunicare con altri, perfino coi familiari e gli amici che usavano come loro, idiomi tanto diversi dallo strumento di comunicazione che diventava col passare del tempo sempre più comune avviando quel processo di unificazione destinato a rivelarsi così difficile e, per tanti aspetti, doloroso.
[22]
Tristano Bolelli

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