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Il biglietto? Lo devi « obliterare »

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 6 agosto 1980


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Sapevo ed era inevitabile che, scrivendo di lingua, avrei dovuto fare i conti coi lettori.
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La lingua è la caratteristica fondamentale dell'uomo e costituisce un patrimonio di cui fruiamo tutti, sia pure in diversa misura.
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Sono, dunque, arrivate lettere con richieste di chiarimenti e mi sono ingegnato di rispondere singolarmente, nel modo che mi è consentito dai miei studi e dalla mia mai spenta curiosità per i fenomeni del linguaggio.
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In genere, chi mi ha scritto si mostra molto severo coi neologismi e, se proprio non invoca un tribunale di epurazione, poco ci manca.
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In forma gentilissima, senza rimproveri, mi invita a essere più duro e a rendere più esplicite condanne a parole, locuzioni, frasi che sembrano un’offesa alla tradizione e al buon gusto, riprendendo una battaglia puristica che ha caratterizzato molti periodi della nostra storia linguistica e in particolare l'Ottocento e alcuni decenni del nostro secolo.
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Ai cortesi lettori vorrei, però, dire che, assai più efficace dell'ostracismo e, in ogni caso, indispensabile preliminare, è una piena conoscenza dei fatti, lo studio attente delle ragioni che portano a introdurre un neologismo, a usarlo e, come è avvenuto in molti casi, ad abbandonarlo.
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Se, in molti scritti del Settecento, si legge visaggio per « viso », volare per « rubare », portreto per « ritratto », brodosa per « ricamatrice », regrettare per « rammaricarsi » e simili parole dovute a una prepotente influenza francese in un momento in cui la letteratura, il pensiero, la diplomazia, la moda erano francesi non solo in Italia ma in tutta Europa, oggi quelle parole non ci sono più e, semmai, abbiamo un'influenza inglese in relazione al prestigio che in ogni campo le popolazioni che parlano l'inglese hanno esercitato ed esercitano in tutto il mondo.
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Di qui il paradosso, sostenuto anche da un famoso sociologo, che bisogna abbandonare l'italiano per scrivere e parlare inglese lasciando la nostra lingua a un destino dialettale, quasi che noi possiamo dimenticare di avere alle nostre spalle una lingua letteraria che ci hanno lasciato in eredità i grandi scrittori del passato da Dante al Manzoni, per non parlare di autori più recenti ma di indubbio valore.
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Il tempo fa certamente giustizia delle parole superflue mentre conserva quelle che, diventate indispensabili, si inseriscono nella struttura della lingua.
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Chi oggi mai direbbe che bottiglia non è una parola nata in Italia?
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Eppure siamo sicuri che viene dal francese bouteille o dallo spagnolo botilla, a loro volta discendenti dal latino butticula « botticella ».
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In italiano bottiglia compare solo nel '500 e, anche se qualcuno allora avesse protestato per la sua origine straniera, credo che non avrebbe avuto la forza di farla morire. Certo, oggi nessuno protesta (vorrei vedere!) e accetta bottiglia senza esitazione. Intorno al 1950 è entrata in italiano perfino la bottiglia Molotov.
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Prendiamo, ora, quasi a riprova di quanto si sta dicendo, qualche parola recentissima.
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Sul biglietto multiplo, che mi permette di fare dieci corse sull'autobus, leggo che è possibile un annullamento manuale ma sul retro trovo questo avvertimento: « Il presente titolo di viaggio può essere utilizzato per valori di tariffa da L. 100 a L. 1000. Ogni obliterazione corrisponde al valore di L. 100 ».
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Francamente quell'obliterazione fa un certo effetto.
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Per indicare l'annullamento di un numero che corrisponde a una delle dieci corse non c'era bisogno di usare una parola che è usata da pochi e capita da pochissimi.
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È una voce scarsamente documentata in testi letterari insieme col verbo obliterare, tutti e due attestati in latino col significato, rispettivamente, di « dimenticanza, oblìo » e « cancellare (o fare cancellare) dalla memoria ».
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Ma quellobliterazione sarà stata presa dall'italiano antico e dal latino?
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Se ne può dubitare perché, dietro, ci sono sia il francese oblitération, oblilérer, sia l'inglese obliteration, (to) obliterate.
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Che, poi, i termini francesi e inglesi siano stati presi di peso dal latino è un'altra questione.
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La storia della parola obliterazione è dunque, esemplare.
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Oltre al valore letterario (si ricordi, del Sannazzaro, Ogn’altra melodia dal cor mi oblitera), obliterare è termine che indica il cancellare un documento o l'annullare con un timbro un francobollo; nel linguaggio medico significa « ostruire » ed è riferito a un organo cavo, per ispessimento o aderenza delle pareti.
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Che deve dire il linguista di fronte a tale complessa situazione?
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Una sola cosa: che per l’annullamento (o, burocraticamente, l'annullo) di un biglietto d'autobus non meritava che si scomodasse un termine raro e non popolare come obliterazione, anche se la sua origine è nobile e il suo significato irreprensibile.
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Diverso è il caso di massa.
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Un lettore vorrebbe condannarla in nome degli ormai remoti puristi Rigutini e Fanfani e mi rivolge a bruciapelo la domanda: « Ma a lei questa parola piace? » Ora, io devo dire che non è questione di piacere o non piacere.
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Massa, nel senso di « esteso raggruppamento sociale unito da interessi economici culturali e politici comuni », « moltitudine di persone » ha ormai una vita di oltre duecento anni e non mi pare possa essere cacciata.
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Partito di massa, mezzi di comunicazione di massa (con cui si traduce l'inglese mass media) e simili locuzioni sono ormai penetrate larghissimamente nell'uso.
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Di recente nascita è, invece, comiziere, col significato di «rubrica che segnala i prossimi comizi ».
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Dietro a questa parola c'è canzoniere « raccolta di poesie », ma anche « autore delle parole di una canzone » e « chi canta canzonette in un locale pubblico », e qui sentiamo nello sfondo il francese chansonnier, così come, del resto, nell'altro significato, se è vero che chansonnier, in origine, indicava « raccolta (manoscritta) di opere liriche dei trovatori ».
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Tristano Bolelli

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