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Chi viene stasera a… pranzo

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 05 agosto 1984


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Sono un ammiratore di Federico Zeri, della sua intelligente e graffiante critica ed ho letto con molto piacere l’articolo Quelli dell’erre moscia pubblicato su La Stampa il 17 luglio scorso.
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C’è però, un punto sul quale vorrei intervenire ed è quello in cui si parla dei nomi dei tre pasti principali della giornata.
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Dice Zeri: «L’italiano possiede per denominarli tre sostantivi molto univoci e impossibili a confondersi: colazione per lo spuntino che si consuma appena svegli o di primo mattino, pranzo per il pasto di mezzodì, cena per quello della sera» e continua: «Eppure, presso certi ambienti, si usa oggi chiamare colazione quella che si consuma a metà giornata, pranzo invece il desinare serale, generando grandi confusioni, specie quando l’invitato parla il vero italiano, mentre chi lo invita si compiace dello snobbese pasticciato».
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Il discorso pare inoppugnabile ma le cose non stanno in modo così categorico.
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Partiamo dal Tommaseo che, alla voce pranzo, dice che si tratta del «mangiare che si fa, con maggiore abbondanza, nel mezzo del giorno, o, d’ordinario, prima di notte», con una palese invasione, cioè, dell’ambito di quella che comunemente viene chiamata cena.
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C’è poi da considerare il desinare che può stare per «pranzo» cioè per il pasto principale della giornata che si consuma generalmente verso mezzogiorno: tale significato, che ha esempi dal 300 al 900, vive in Toscana e non solo in Toscana comunemente ancora oggi, lasciando a pranzo una connotazione più solenne, di quando, cioè, si tratta di un pasto particolarmente ricco e fatto in occasioni particolari.
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Quanto a colazione, con cui si indica il pasto leggero del mattino (che di solito consiste di latte, caffè e pane), è usato col valore di «pasto di mezzogiorno» ma non solo da quelli dell’erre moscia», bensì da moltissime persone che semplificano in una parola sola quello che sarebbe più proprio chiamare seconda colazione, pranzo o desinare.
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L’uso non è di oggi soltanto, se è vero che se ne trova un esempio nel 400 in Vespasiano da Bisticci, l’autore delle Vite di uomini illustri, poi in attestazioni moderne (in Svevo, D’Annunzio e Alvaro). Del resto, credo che sia impossibile sostituire la comune colazione di lavoro di cui si sente tanto parlare perché pranzo pare troppo solenne e desinare contiene anch’esso un che di sostanzioso che si va facendo sempre più raro nella vita moderna in cui i pasti di mezzogiorno spesso sono molto sommari, fatti vicino al posto di lavoro e cioè fuori casa.
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Ci sono poi due altre parole che ormai non si usano più e che troviamo riunite in un vocabolarista del 700 di cui fu soprattutto celebre un Gran Dizionario italiano-francese, Francesco D’Alberti di Villanuova che scrisse: «Colezione, il parcamente cibarsi prima del desinare e della cena, come è l’asciolvere della mattina, la merenda del giorno e il pusigno della sera».
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A parte la merenda, che tutti conoscono, quell’asciolvere e quel pusigno sono assai poco noti.
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Forse il primo è stato il più duro a morire.
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Io lo sentì usare da una persona molto vecchia a Bologna e vedo che negli scrittori figura dal 300 fino a Panzini. Pusigno è proprio un pezzo da museo e nessuno, credo, l0usa più per indicare lo spuntino che si fa a tarda ora, dopo cena. Eppure avrebbe origini nobili derivando dal latino post «dopo» e un derivato di cena, così come asciolvere che continua il latino absolvere (ieiunia) «sciogliere il digiuno» e merenda che significa, sempre in latino, «cosa da meritare».
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Tutta la famiglia ci riporta a origini antiche, così come è antico il rito del mangiare (anche se questa parola è di origine francese perché in italiano antico si diceva manicare che ha nello sfondo il latino manducare).
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Cena e pranzo sono anch’esse voci latine (cena, prandrum) mentre desinare viene dal francese antico disner, a sua volta dal latino disieiunare «smettere il digiuno» come colazione dal francese colation, a sua volta dal latino collatio «il mettere insieme (il cibo)».
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Quest’ultima voce, come si legge nel Vocabolario etimologico di Giacomo Devoto, era usata dai monaci per designare il pasto dopo la riunione serale.
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Come si vede, lo spostamento di denominazione da un pasto all’altro non è cosa di oggi.
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Era necessario dirlo dopo la deprecazione fatta nel bell’articolo di Federico Zeri.
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Tristano Bolelli

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