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QUESTIONE DI SESSO

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 5 lulgio 1985
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-6


[1]
ministra donna professore
[2]
L’ultimo, per ora, dei convegni sulle questioni inerenti al sesso si è intitolato «Parità tra i sessi nella lingua, nei mass media e nell’educazione» ed è stato organizzato a Roma dalla Commissione nazionale per la realizzazione della parità fra uomo e donna istituita qualche anno fa dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
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I resoconti giornalistici dicono che i risultati, grazie al lavoro di varie commissioni, sono molto chiari.
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A me interesserebbe soprattutto sapere quale genere di parità di proponga nella lingua messa al primo posto nel programma (per pura associazione mnemonica mi viene in mente che il Manzoni, parlando dell’Italia, la metteva al secondo posto: «Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie. Di sangue, di cor») di cui i giornali che ho visto non parlano.
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Se la conclusione fosse che una donna ministro si deve chiamare ministro, una donna sindaco, sindaco, una donna generale, generale, non ci sarebbe nulla di nuovo e nulla da dire, visto che in questo senso ci siamo già da tempo pronunciati.
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Da anni ormai si dice così perché ministrèssa o ministra, sindachessa o sindaca, generalessa o generala non sembrano voci accoglibili, alcune perché designano le moglie per esempio del sindaco o del generale (le forme in -essa) altre perché troppo forza o di recente proposta (le forme in -a).
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Non si farebbe applicando un nome maschile a una donna, se non render simmetrica l’applicazione a uomini di voci femminili come sentinella, guardia, scorta e continuare una tradizione per cui soprano e contratto (si legge poco ma mi sembra strano ci sia questa parola) è comunemente applicato a donne.
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Non vorrei sentir parlare di interventi dall’alto, imperativi e autoritari come sta accadendo per i forestierismi in Francia.
[9]
La lingua ha una vita sua, legata, , alla società, ma non succube di essa.
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È un dato di fatto che bontà, virtù, bellezza, umanità sono forme femminili che si applicano sia alle donne che agli uomini e sarebbe assurdo che gli uomini volessero cambiare tale stato di cose.
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Certi gruppi di donne vogliono intervenire su nomi che designano nuove funzioni o funzioni assunte dalle donne.
[12]
Ora, se noi abbiamo consigliera perché volere che una donna si chiami consigliere di amministrazione invece che consigliera di amministrazione?
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Se abbiamo professoressa o dottoressa, parole di lunga tradizione, fin dall’Ottocento, perché chiamare una donna professore o dottore?
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Perché, a quanto scrive Ignazio Baldelli, al Magistero femminile Maria Santissima Assunta di Roma le studentesse sono chiamate studenti?
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Forse perché si dice comunemente presidente anche di una donna (ma presidentessa si è usato per «moglie del presidente» come testimonia anche una celebre pochade intitolata appunto La presidentessa).
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La lingua italiana ha la fortuna di avere tre generi: il maschile, il femminile e il neutro.
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, anche il neutro che tali sono uova, ginocchia, mura, lenzuola ed altri.
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È quando dichiamo il buono, l’onesto, l’utile non adoperiamo forse forme neutre?
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Tale situazione è un prodotto della storia e non è possibile prescindere da ciò che la storia ci ha dato.
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Intervenire, se pure qualcuno ne ha l’intenzione, non pare davvero possibile, tanto più che la lingua, a lungo andare, si vendica.
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Chi ne è dei voi al posto del lei imposto dal fascismo?
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Nessuno se ne ricorda più, e solo le regioni che già aveva il voi per il lei (Benedetto Croce, usava, per altro il voi perché proprio da quelle regioni veniva) lo conservano.
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Il voi è tramontato dove si dava in segno di deferenza, ai genitori e ai nonni, per un naturale mutare dedl costume.
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Ora c’è un’invasione del tu ma non sappiamo, specie nel clima degli ultimi anni, quanto durerà.
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Vedremo.
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Insomma non è con le strutture grammaticali e del vocabolario che si difendono i giusti diritti delle donne.
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Ci sono ben altre cose da fare.
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sembrerà segno di lodevole parità dei sessi quello raggiunte nelle parolacce in cui le donne sanno superare gli uomini sia ripetendo moduli tramandati sia nel coniare nuove colorite espressioni.
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Tanto è vero che ogni conquista ha i suoi inconvenienti.

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