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Bocia, fiulìn, guaglione: cioè ragazzo

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 05 luglio 1983


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L’Italia presenta una tale varietà di dialetti quale nessin altro territorio di uguale estensione può vantare.
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È vero che i dialetti sono oggi in decadenza per la diffusione della scuola, dei mezzi di comunicazione di massa, della facilità dei contatti che impongono uno strumento comune per intendersi e per capirsi e non vi è dubbio che, riferendoci soltanto a una cinquantina di anni fa, i dialetti erano incomparabilmente più ricchi di oggi.
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Si potrebbe addirittura fissare un punto di riferimento nell’Atlante linguistico italo-svizzero di Jaberg e Jud, che si cominciò a pubblicare nel 1928, la cui lettura presenta ancora una situazione di grande varietà di parole dialettali per concetti molto comuni.
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Un’indagine condotta oggi porterebbe certo delle sorprese sgradite al dialettologo anche se, tuttavia, non si può dire che i dialetti siano scomparsi.
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Certo, io credo che nelle località grecofone (o già grecofone) dell’Italia meridionale sarebbe difficile trovare ancora un uso molto esteso dell’antica parlata, tanto che non sarebbe forse possibile ottenere, come lo ottenni alla fine degli Anni 40, una tesi di laurea da una mia scolara sul dialetto greci di Corigliano d’Otranto.
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Ed altrettanto si può dire delle colonie albanesi, numerose nella nostra penisola.
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Così, per esempio, nell’Atlante di cui abbiamo parlato, a Corigliano d’Otranto in Puglia e a Roghudi in Calabria il nome che indica il «ragazzo» è indicato ancora come rispettivamente petì e pedì in cui è facile riconoscere il greco paidion e nel nome che indica la donna un derivato dal greco gyné.
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La località di origine greca (e così quelle di origine albanese) hanno dovuto lottare contro due avversari: i dialetti locali e la lingua letteraria, in un conflitto impari, con un destino sicuramente infausto.
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Il nome del «ragazzo» (che qualche volta si è confuso con quello del «bambino») nelle località greche si allineava a molte altre denominazioni sparse nelle regioni italiane.
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Così in Piemonte si riscontrava nella carta dell’Atlante enfànt nelle zone accanto alla Francia, poi fiulin, figl, cit, che ricorda il senese citto «bambino», tus, anche di zona lombarda che significa «rapato» e, infine, il tipo masnà che in italiano antico significava «famiglia, i bambini di casa», con un valore che veniva da quello di «insieme di servi e delle persone (figli compresi) che erano soggetti al capo di una famiglia di grande casata».
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In Lombardia, da notare, fra altre denominazioni, s-cèt, di origine germanica, che ha un corrispondente in «schietto», putéi, di derivazione latina (e della stessa origine è anche puttana), e bagai.
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Nel Veneto, oltre a tòso, putèlo si ha, bòcia e màmolo.
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Nel Friulano si trovano due denominazioni diverse, che testimoniano la varietà delle creazioni popolari: kanài «canaglia» e frut «frutto» ad indicare il «ragazzo».
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In Liguria si ha anche bagasciùn, maschile di bagascia che riflette forse un tempo in cui la voce non aveva valore peggiorativo; in Emilia burdei che, invece, non può negare la usa connotazione sfavorevole; nelle Marche munèllo, «monello» di origine gergale, bardàsciu, che corrisponde all’italiano bardassa, di orgine persiana.
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Notevole nel Lazio bammòccio «bamboccio», nell’Abruzzo cuadrànu, cuatrare, che si trova anche in Calabria e significa, forse, in origine «ragazzo quadrato e cioè robusto».
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La Campania è la regione di guagliòne, forse d’origine onomatopeica, quasi significasse «ragazzino che guaisce», che si estende in quasi tutta l’Italia meridionale.
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In Puglia c’è carusciéddu «rosatello», d’origine greca, che è presente anche in Calabria e, in Sicilia, si affianca a picciottu.
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La Sardegna ha piccinnu «piccino» e picciochèddu.
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Questo è solo un esempio della situazione di cinquant’anni fa e certamente non ancora completamente estinta.
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La ricchezza di queste voci, testimonianza della creatività del popolo, fa venir in mente un opuscolo pubblicato in seconda edizione nel 1883 intitolato In quanti modi si può morire in Italia di quel Luigi Morandi che fu istitutore del futuro Vittorio Emanuele III.
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Nell’operetta si indicavano 170 sinonimi per indicare in italiano il concetto di «morire» ma il Morandi restava nell’ambito dell’italiano nei suoi diversi livelli d’espressione.
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Coi dialetti si può andare ancora più in .
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Le denominazioni per «ragazzo» ne sono una piccola prova.
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Esiste ancora oggi una creatività dialettale?
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È una domanda alla quale sarebbe bene rispondere con degli argomenti.
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Non basta dire che ci sono poeti o prosatori dialettali, alcuni dei quali insigni.
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La questione è diversa.
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I dialetti quanto, in realtà, sono parlati in Italia?
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La questione non può essere univoca e non permette di essere risolta superficialmente.
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Io mi accontenterei di sapere quante parole che compaiono vive nell’Atlante di Jaberg e Jud (e non solo quelle che indicano «ragazzo» a cui abbiamo fatto cenno, senza pretendere di essere esaurienti) resistono ancora nei dialetti italiani.
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Tristano Bolelli

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