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Maarten Janssen, 2014-
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Bocia, fiulìn, guaglione: cioè ragazzo
Language column
La lingua che parliamo
Author
Tristano Bolelli
Date
05
luglio
1983
more header data
[1]
L’
Italia
presenta
una
tale
varietà
di
dialetti
quale
nessin
altro
territorio
di
uguale
estensione
può
vantare
.
[2]
È
vero
che
i
dialetti
sono
oggi
in
decadenza
per
la
diffusione
della
scuola
,
dei
mezzi
di
comunicazione
di
massa
,
della
facilità
dei
contatti
che
impongono
uno
strumento
comune
per
intendersi
e
per
capirsi
e
non
vi
è
dubbio
che
,
riferendoci
soltanto
a
una
cinquantina
di
anni
fa
,
i
dialetti
erano
incomparabilmente
più
ricchi
di
oggi
.
[3]
Si
potrebbe
addirittura
fissare
un
punto
di
riferimento
nell’
Atlante
linguistico
italo-svizzero
di
Jaberg
e
Jud
,
che
si
cominciò
a
pubblicare
nel
1928
,
la
cui
lettura
presenta
ancora
una
situazione
di
grande
varietà
di
parole
dialettali
per
concetti
molto
comuni
.
[4]
Un’
indagine
condotta
oggi
porterebbe
certo
delle
sorprese
sgradite
al
dialettologo
anche
se
,
tuttavia
,
non
si
può
dire
che
i
dialetti
siano
scomparsi
.
[5]
Certo
,
io
credo
che
nelle
località
grecofone
(
o
già
grecofone
)
dell’
Italia
meridionale
sarebbe
difficile
trovare
ancora
un
uso
molto
esteso
dell’
antica
parlata
,
tanto
che
non
sarebbe
forse
possibile
ottenere
,
come
lo
ottenni
alla
fine
degli
Anni
40
,
una
tesi
di
laurea
da
una
mia
scolara
sul
dialetto
greci
di
Corigliano
d’
Otranto
.
[6]
Ed
altrettanto
si
può
dire
delle
colonie
albanesi
,
numerose
nella
nostra
penisola
.
[7]
Così
,
per
esempio
,
nell’
Atlante
di
cui
abbiamo
parlato
,
a
Corigliano
d’
Otranto
in
Puglia
e
a
Roghudi
in
Calabria
il
nome
che
indica
il
«
ragazzo
»
è
indicato
ancora
come
rispettivamente
petì
e
pedì
in
cui
è
facile
riconoscere
il
greco
paidion
e
nel
nome
che
indica
la
donna
un
derivato
dal
greco
gyné
.
[8]
La
località
di
origine
greca
(
e
così
quelle
di
origine
albanese
)
hanno
dovuto
lottare
contro
due
avversari
:
i
dialetti
locali
e
la
lingua
letteraria
,
in
un
conflitto
impari
,
con
un
destino
sicuramente
infausto
.
[9]
Il
nome
del
«
ragazzo
»
(
che
qualche
volta
si
è
confuso
con
quello
del
«
bambino
»
)
nelle
località
greche
si
allineava
a
molte
altre
denominazioni
sparse
nelle
regioni
italiane
.
[10]
Così
in
Piemonte
si
riscontrava
nella
carta
dell’
Atlante
enfànt
nelle
zone
accanto
alla
Francia
,
poi
fiulin
,
figl
,
cit
,
che
ricorda
il
senese
citto
«
bambino
»
,
tus
,
anche
di
zona
lombarda
che
significa
«
rapato
»
e
,
infine
,
il
tipo
masnà
che
in
italiano
antico
significava
«
famiglia
,
i
bambini
di
casa
»
,
con
un
valore
che
veniva
da
quello
di
«
insieme
di
servi
e
delle
persone
(
figli
compresi
)
che
erano
soggetti
al
capo
di
una
famiglia
di
grande
casata
»
.
[11]
In
Lombardia
,
da
notare
,
fra
altre
denominazioni
,
s-cèt
,
di
origine
germanica
,
che
ha
un
corrispondente
in
«
schietto
»
,
putéi
,
di
derivazione
latina
(
e
della
stessa
origine
è
anche
puttana
)
,
e
bagai
.
[12]
Nel
Veneto
,
oltre
a
tòso
,
putèlo
si
ha
,
bòcia
e
màmolo
.
[13]
Nel
Friulano
si
trovano
due
denominazioni
diverse
,
che
testimoniano
la
varietà
delle
creazioni
popolari
:
kanài
«
canaglia
»
e
frut
«
frutto
»
ad
indicare
il
«
ragazzo
»
.
[14]
In
Liguria
si
ha
anche
bagasciùn
,
maschile
di
bagascia
che
riflette
forse
un
tempo
in
cui
la
voce
non
aveva
valore
peggiorativo
;
in
Emilia
burdei
che
,
invece
,
non
può
negare
la
usa
connotazione
sfavorevole
;
nelle
Marche
munèllo
,
«
monello
»
di
origine
gergale
,
bardàsciu
,
che
corrisponde
all’
italiano
bardassa
,
di
orgine
persiana
.
[15]
Notevole
nel
Lazio
bammòccio
«
bamboccio
»
,
nell’
Abruzzo
cuadrànu
,
cuatrare
,
che
si
trova
anche
in
Calabria
e
significa
,
forse
,
in
origine
«
ragazzo
quadrato
e
cioè
robusto
»
.
[16]
La
Campania
è
la
regione
di
guagliòne
,
forse
d’
origine
onomatopeica
,
quasi
significasse
«
ragazzino
che
guaisce
»
,
che
si
estende
in
quasi
tutta
l’
Italia
meridionale
.
[17]
In
Puglia
c’
è
carusciéddu
«
rosatello
»
,
d’
origine
greca
,
che
è
presente
anche
in
Calabria
e
,
in
Sicilia
,
si
affianca
a
picciottu
.
[18]
La
Sardegna
ha
piccinnu
«
piccino
»
e
picciochèddu
.
[19]
Questo
è
solo
un
esempio
della
situazione
di
cinquant’
anni
fa
e
certamente
non
ancora
completamente
estinta
.
[20]
La
ricchezza
di
queste
voci
,
testimonianza
della
creatività
del
popolo
,
fa
venir
in
mente
un
opuscolo
pubblicato
in
seconda
edizione
nel
1883
intitolato
In
quanti
modi
si
può
morire
in
Italia
di
quel
Luigi
Morandi
che
fu
istitutore
del
futuro
Vittorio
Emanuele
III
.
[21]
Nell’
operetta
si
indicavano
170
sinonimi
per
indicare
in
italiano
il
concetto
di
«
morire
»
ma
il
Morandi
restava
nell’
ambito
dell’
italiano
nei
suoi
diversi
livelli
d’
espressione
.
[22]
Coi
dialetti
si
può
andare
ancora
più
in
là
.
[23]
Le
denominazioni
per
«
ragazzo
»
ne
sono
una
piccola
prova
.
[24]
Esiste
ancora
oggi
una
creatività
dialettale
?
[25]
È
una
domanda
alla
quale
sarebbe
bene
rispondere
con
degli
argomenti
.
[26]
Non
basta
dire
che
ci
sono
poeti
o
prosatori
dialettali
,
alcuni
dei
quali
insigni
.
[27]
La
questione
è
diversa
.
[28]
I
dialetti
quanto
,
in
realtà
,
sono
parlati
in
Italia
?
[29]
La
questione
non
può
essere
univoca
e
non
permette
di
essere
risolta
superficialmente
.
[30]
Io
mi
accontenterei
di
sapere
quante
parole
che
compaiono
vive
nell’
Atlante
di
Jaberg
e
Jud
(
e
non
solo
quelle
che
indicano
«
ragazzo
»
a
cui
abbiamo
fatto
cenno
,
senza
pretendere
di
essere
esaurienti
)
resistono
ancora
nei
dialetti
italiani
.
[31]
Tristano
Bolelli
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