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Gli aggettivi senza «piuttosto»

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 4 ottobre 1981
NewspaperLa Stampa
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column2-5


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RICONOSCO (e la confessione valga a facilitare un'eventuale
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assoluzione) che noi linguisti siamo alquanto esigenti e di ca- rattere suscettibile, tanto che leggendo, per esempio, su un quotidiano che nel paese di Gombitelli, in Lucchesia, si par- la un dialetto gallico, ci sentiamo autorizzati ad intervenire.
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Il gallico era, tanto per intenderci, la lingua delle popolazio- ni celtiche sconfitte da Giulio Cesare, irrimediabilmente estin- ta.
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Il dialetto di Gombitelli è, ínvece, come si dice, galloita- lico, denominazione che comprende i dialetti di quell'am- plissima area dell'Italia settentrionale in cui i Galli si stan- ziarono per molto tempo prima che ad essi si sovrappones- sero, introducendo la loro lingua, i Romani.
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La precisione del linguaggio, anche nelle forme divulgati- ve che un articolo di giornale esige, è una delle condizioni fondamentali per difiondere presso il pubblico cognizioni non ambigue.
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È ovvio che non avrei citato « gallico e « gal- loitalico » se la questíone non investisse il più ampio pro- blema della divulgazione scientifica che in Italia è alquanto carente. Noi non abbiamo una saggistica scientifica che pos- sa stare al passo con quella in inglese, francese e tedesco. Si verifica così, anche da questo punto di vista, il perdurare di condizioni che l'Ascoli, più di cento anni fa, chiaramen- te denunciava: l'Italia è ricchissima di grandi uomini ma è incommensurabilmente più povera della Germania e della Francia per quanto riguarda i minori che dovrebbero costi- tuire la base culturale sulla quale i grandi si formano. Ancora oggi non possiamo, per esempio, considerare sod- disfacente l'enorme numero di traduzioní di saggi e saggiuo- li tradotti da lingue straniere mentre opere di grande im- portanza sono trascurate dagli editori. Vi è, inoltre, da re- stare sbalorditi da abissi di ignoranza o di cattiva informa- zione di quelli che avrebbero il compito di mediare, alla te- levisione e nei giornali, la cultura, per diffonderla in strati ampi della popolazione. Le migliori spie di tali carenze so- no piccolissime cose che non dovrebbero però essere sotto- valutate. È sconsolante aver sentito pronunziare nell'agosto scorso Spalàto invece di Spàlato, la città dalmata, Comìso invece di Còmiso, di cui pure si parla tanto per i missili e per la più lieta presenza di un autore come Gesualdo Bufalino, Galàti- na invece di Galatìna, la bella cittadina pugliese. Quando per la prima volta sentii Spalàto in televisione, scrissi all'annunciatore che mi rispose con gentilezza addu- cendo a scusa la fretta di trovarsi improvvisamente di fron- te a testi che possono indurre in errore. Ammirai la garba- tezza dello scritto ma ora, trattandosi di altra persona ho paura che Spalàto, che sarà bene lasciare alla sua funzione di participio passato del verbo spalare, si diffonda troppo, cosa che, davvero, non sarebbe del tutto commendevole. Un altro esempio di stranezza espressiva trovo in uno scrit- tore che usa un piuttosto esausto, che fa un certo effetto. Al lettore comune esausto pare uno di quegli aggettivi che non ammettono gradazioni o comparazione come immenso, trian- golare, ministeriale, ligneo o isolano. Se uno è esausto è esau- sto e basta, altrimenti c’è il pericolo di dover ricordare quel divertente episodio che si racconta in Toscana riguardante un uomo di non grande dimestichezza col vocabolario che, recatosi anni fa a Firenze per vedere il monumento a Vitto- rio Emanuele di recente inaugurato, si senti domandare se quel monumento era equestre. Lo sprovveduto, ignaro del significato di equestre, rispose: « Per bella è bello, ma, quan- to a equestre, è così così . In questo quadro va visto l'episodio raccontato da Ore- ste del Buono su « Tuttolibri . Durante la telecronaca sul primo canale televisivo della presentazione dei finalisti, uno di loro rispose ad una domanda dell'intervistatore: «I mo- menti erotici del mio libro sono discussi, alcuni li trovano i più migliori, altri... Del Buono, come egli dice, colpito al cuore (anzi, spiritosamente, al quore) si senti tentato di dare un voto a quel finalista (supponiamo non di sufficienza) an- che se nelle scuole i voti sono aboliti o quasi. Aveva ragione, anche se popolarmente in Toscana il più migliore si sente frequentemente, a continuazione di quegli aggettivi del tipo « molto bellissima che si leggono in autori del Trecento, sicu-
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ro segno che certi superlativi non erano più seniti come tali, corrosi dal troppo uso che se ne faceva parlando, tanto da dare origine a superlativi di superlativi.
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BolLS041081

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