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Dialetti e parole matrigne

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 3 settembre 1980


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Questa volta la rubrica si potrebbe chiamare Le lingue che parliamo.
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L'Italia, rispetto alla sua superficie, è la più ricca di varietà dialettali e presenta anche una grande quantità di minoranze linguistiche, tedesche, franco-provenzali, provenzali, ladine, greche, albanesi, serbo-croate, catalane.
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Tale situazione provoca delle difficoltà che non è facile risolvere.
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dove ci sono due forti civiltà rappresentate da due lingue diverse (l’italiano e il tedesco) come in Alto Adige, un'apposita legislazione regola i rapporti fra le due comunità.
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Altrove le questioni non sono risolte.
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Spesso leggiamo sui giornali degli incidenti che scoppiano fra chi vorrebbe introdurre la parlata locale in comunicazioni o atti ufficiali e chi sostiene che, in tali casi, la sola lingua legittima è l'italiano.
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Così si sa dell'annunciatore dell'aeroporto di Alghero che ha avuto dei guai perché aveva dato notizia dell'arrivo e della partenza dei voli in catalano ed è di questi giorni l'episodio del sindaco di un paese sardo che, davanti al prefetto, voleva fare il giuramento di fedeltà alla Repubblica in logudorese, la più arcaica delle varietà sarde.
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La questione non è irrilevante.
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Se tutti, negli atti ufficiali, usassero le loro parlate, l'Italia avrebbe parecchie decine di lingue e al Parlamento dovrebbe funzionare il più complicato sistema di traduzione del mondo col risultato che i parlamentari si comprenderebbero ancor meno di quanto non si comprendano oggi.
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Il sindaco che vuole esprimersi in logudorese pare che abbia detto che la sua è una lingua, sottintendendo che non è un dialetto.
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Ma come si può distinguere una lingua da un dialetto se non si prende, come discriminante, almeno il fatto che la lingua è un mezzo di comunicazione che va al di dei propri confini ed è riconosciuta da comunità che, nella vita di ogni giorno, si esprimono in una parlata più o meno diversa?
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Altrimenti, come negare che il milanese, coi suoi poeti, sia una lingua?
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E il napoletano con la sua sterminata letteratura?
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Tener conto di tradizioni e di parlate locali è giusto ma negare un mezzo di comunicazione comune sarebbe un delitto.
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L'italiano si parla anche fuori dai nostri confini ed ora abbiamo uno studio sulla Svizzera italiana dello svizzero Sandro Bianconi (ed. Il Mulino) che presenta il Canton Ticino come un paese poco meno che disastrato dallo « sviluppo articioso e assurdo, reso possibile dal segreto bancario che ha protetto i capitali stranieri in fuga » di cui « hanno approttato quasi esclusivamente gli intermediari ticinesi, gli avvocati e notai promotori e protagonisti di queste attività speculative. Agli altri cittadini rimangono un paese svenduto, il caos urbanistico, la deturpazione di vaste aree del territorio, le brutture architettoniche, il deterioramento dell'equilibrio ecologico » (p. 27).
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Ma l’inquadramento sociologico e politico serve all'Autore a valutare la situazione linguistica ed il libro ha il titolo, molto significativo, di Lingua matrigna.
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Le analisi delle parlate del Canton Ticíno, sostanzialmente lombarde, sono condotte con molto impegno e diligenza, per località, età, condizione sociale, sesso.
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Risultano, così, tre principali varietà d'italiano parlato ticinese: regionale, italiana e popolare con atteggiamento negativo verso l'italiano, che pure è la lingua insegnata nelle scuole, ed un accentuato favore per il cosiddetto « ticinesimo » in cui, secondo le ricerche e le interviste del Bianconi, lo svizzero italiano ritiene di trovare la propria, come si dice, identità.
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Ha legami amministrativi e di alfari con la Svizzera tedesca ma non può identificarsi con essa per ragioni di lingua, di tradizioni, di mentalità; gli vanno le scelte politiche e sociali dell'Italia negli ultimi anni.
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Egli tende, perciò, a vedere nel dialetto il mezzo di una sua identificazione.
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Di qui la tendenza, non accolta con favore dal Bianconi, a valorizzare ogni aspetto indigeno, dalla festa popolare a tradizioni locali che alimentano, anche inconsciamente, un certo sentimento di xenofobia.
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L’atteggiamento degli Svizzeri italiani è, per il Bianconi, sostanzialmente anticulturale ed antitaliano.
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Di qui torniamo allo scottante problema dei rapporti lingua-dialetto.
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Chi si chiude s'imprigiona in un ghetto.
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Tutti abbiamo bisogno di mezzi di espressione che ci mettano in grado di comunicare con sempre più larghi gruppi di uomini, il che non vuole affatto disconoscere la dignità dei dialetti, la loro importanza come patrimonio di tradizioni culturali e come fonti della nostra stessa umanità.
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Senza contare che, nellinsegnamento, i dialetti possono servire molto proficuamente a mettere a confronto le loro strutture con quelle della lingua nazionale.
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Tristano Bolelli

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