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SE il compianto Leo Pestelli, che tenne una fortunata rubrica linguistica sulla Stampa, avesse potuto leggere il sottotitolo di un mio articolo del 21 febbraio scorso, forse avrebbe avuto un sussulto trovando la parola dietròloghi, che designa quelli che vedono dietro ad ogni azione un fine nascosto. Si sa che la norma suggerisce, nel caso di parole come filòlogo, glottòlogo, teòlogo, i plurali filòlogi, glottòlogi, teòlogi. Si dice di solito che la regola vale per le parole che indicano una persona, mentre il plurale di voci come monologo è diverso: si dice, infatti, monòloghi. Se l'accento, invece di cadere sulla terz’ultima sillaba, si trova sulla penultima, allora il plurale ha la forma di chirurgo/chirurghi, drammaturgo/drammaturghi ecc; anche se da qualche anno in qua si è sentito dire, perfino da illustri medici, chirurgi invece di chirurghi e inversamente, filòloghi invece di filòlogi.
Per non apparire indifferente (pur essendo convinto che la scienza è neutrale) consiglierei di attenersi alla norma e di continuare a dire chirurghi e filòlogi; ma, allora, come la mettiamo col sottotitolo in cui figura dietròloghi? Premetto che ho una sconfinata ammirazione per il titolista della Stampa al quale sono debitore di presentazioni intelligenti, vivaci e spiritose che io non avrei mai saputo trovare; inoltre, sono più portato a spiegare che a giudicare. Prendiamo, però, la voce filòlogo che, per inciso, è definita dal Tommaseo, con uno di quegli scatti sanguigni di umore che contraddistinguono il suo Dízionario: « Chi tratta di filologia; Chi ne sa anco senza trattarne; Chi la insegna senza saperne, e Chi ne scrive disinsegnandola ». Ebbene, c'è da dire che, proprio secondo il Tommaseo, il Redi avrebbe usato il plurale filòloghí, cosa, però, contraddetta, pur senza farne esplicita menzione, dal « Grande Dizionario della lingua italiana » di Battaglia.
È un fatto che, fondandosi sul Tommaseo, anche il vecchio ma sempre prezioso Vocabolario di Policarpo Petrocchi riporta, nel cosiddetto sottosuolo, e cioè nella parte inferiore della pagina, il plurale filòloghi. Ma, se questa forma è controversa, c'è un'altra parola alla quale non potremo negare un doppio plurale dato come legittimo: astròlogo, il cui plurale in ogni vocabolario è dato sia come astròlogi che come astrologhe. Questi due plurali sono registrati anche nella nuovissima edizione del « Vocabolario della lingua italiana » di Devoto-Oli, curata da Luciano Satta e Lorenzo Magini presso Le Monnier, pubblicazione preziosa perché, pur apparendo minore, contiene un numero molto più grande di parole nuove ed è, oggi, il più piccolo di mole ed il meno caro fra i vocabolari italiani. Contiene perfino 'ndrànghita, ma riportato, ceno per una svista del tipografo, come 'ndranghéta con l'accento sulla penultima sillaba anziché sulla terz'ultima.
Di fronte al sorgere di simili questioni, che possono sembrare minute (ma la consapevolezza del nostro modo di esprimerci e pur sempre una delle vie più: serie ed efficaci per aumentare la nostra educazione anche civile) vi è un altro aspetto di curiosità linguistica sulla quale, noi del mestiere, siamo richiesti di pronunciarci.
Ammettiamo che una parola non sia registrata in nessun vocabolario della lingua italiana, neppure nella nuova edizione del Devoto-Oli, ma figuri solo in un vocabolario vernacolare periferico come quello versiliese di Gilberto Cocci, ignoto ai più, e si presenti non solo come molto usata ma di irreprensibile fattura. Tale parola può essere usata senza che l'insegnante adoperi la matita blu o rossa? Nel caso in esame, direi assolutamente di si. Si tratta dell'aggettivo spreciso e del sostantivo sprecisione che in Toscana sono usati da un gran numero di anni e che vengono comunemente accettati.
L'obiezione che si può fare è che esistono impreciso e imprecisione ma occorre fare attenzione. Spreciso non ricopre il significato di impreciso ed indica piuttosto, riferito a persona, chi abitualmente non ha la qualità della precisione. Una sarta, per esempio, è sprecisa quando manca di quella lodevole capacità o pratica che consiste nel rifinire con esattezza gli abiti mentre impreciso è di solito usato col significato di « poco chiaro, indefinito, indeterminato ». Prendiamo il seguente passo di Carducci: « Io credeva aver a discutere in seno alle commissioni per poi addivenire ad un giudizio generale, e che non può essere monco e impreciso, incerto ».
In questo caso non sarebbe giusto usare spreciso ma se si dice che il tale è spreciso nel lavorare, ci si riferisce ad un lavoro abitualmente raffazzonato, non condotto a regola d'arte. Certo, occorre vedere i contesti e saper usare le due voci che non hanno esattamente 1o stesso valore. Solo che impreciso è registrato dai vocabolari, spreciso, no. E qui mi viene in mente Giacomo Leopardi che, giudicando una parola, non registrata dal vocabolario della Crusca, ben formata, efficace ed espressiva, lasciava perdere la Crusca.
Tristano Bolelli
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