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Sono due le strade principali seguite da autori moderni per arricchire e rinnovare il loro vocabolario: l'uso di parole e di locuzioni dialettali e la creazione di forme nuove, dove, però, qualche volta si cela il reimpiego, cosciente o no, di voci arcaiche, ormai dimenticate dall'uso corrente.
Vediamo qualche esempio. Il primo è tratto a caso dal lungo racconto Pomo pero di Luigi Meneghello, che contiene anche intere frasi in puro dialetto. A p. 35 si legge: « Chi sono dunque i fascisti? Quelli che hanno capito per primi la natura di questo bàgolo e lo hanno portato qui ».
La parola dialettale bàgolo figura nel Vocabolario di Zingarelli col significato di « mirtillo », insieme con bàgola « ciancia, fandonia » e con bagolone « chiacchierone, fanfarone »; ma, nel passo di Meneghello che abbiamo citato, il valore della voce è evidentemente diverso e per trovarne la chiave dobbiamo ricorrere ad una nota dell'Autore in fondo al volume, in cui si legge: « C'entreranno il far 'baie e beffe', il 'passatempo' e il 'sollazzo' che registra il Boerio; ma vuol dire anche 'faccenda non immediatamente perspicua' ».
Cos'è il Boerio? Si tratta dell'importante Dizionario del dialetto veneziano di G. Boerio pubblicato nel 1829 e, in seconda edizione, nel 1859. È una di quelle opere che, particolarmente nell'Ottocento, si proponevano di porre accanto alle parole dialettali quelle dell'italiano letterario, per lo più voci della Crusca, con l’intenzione di offrire a tutti gli italiani, avviati all'unità, parole di lingua.
Ebbene, il rinvio dell'Autore al Boerio ha un significato che non possiamo trascurare perché indica la sua volontà di chiarire al lettore il significato di una voce che pure gli era venuta naturale. In verità, Meneghello è fortemente caratterizzato dall'uso dialettale Veneto e particolarmente vicentino e spesso vien voglia, leggendolo, di tenere a portata di mano il Boerio o qualche altro dizionario delle parlate venete. Ma bisogna aggiungere, per bàgolo e bàgola, che anche in altri dialetti si trova conferma della voce, tanto è vero che in vocabolari parmigiani leggiamo bagolàrsla che significa « spassarsela, godersela ».
Prendiamo ora un paio di casi dal romanzo Il mandragolo di Luigi Santucci. Il primo è dato dall'uso del verbo sgurare che, nei dialetti settentrionali, significa « strofinare per pulire, per lucidare » e anche « sfruconare, stasare »: e in questo secondo significato è usato dall'Autore. Si tratta di elemento assolutamente dialettale, caso comune nell'opera di Santucci. L'altro sta a metà strada fra il dialettismo e l'arcaismo. Altrove, infatti, si legge: « Mucchi di biancheria lavati di prescia ». Questo di prescia vuol dire « in fretta » ed è dialettale (c'è, per esempio, in romanesco) ma è riportato dai vocabolari della lingua italiana come arcaismo. Figura, infatti, in autori del Cinquecento come il Firenzuola e il Della Casa. Si tratta, però, non tanto di riesumazione quanto di una voce tratta dal dialetto.
Un caso simile è offerto da Leonardo Sciascia che in Nero su nero, pare recuperare, in coppia matrimoniata, una voce antica, il verbo matrimoniare, dato dai vocabolari come non più usato. Ma anche qui si può dire che Sciascia ha impiegato l'espressione senza bisogno di riesumare una formula arcaica, tante sono le sue capacità espressive.
Ci sono, però, dei casi, per così dire, sicuri in cui gli autori creano senz'altro, su elementi esistenti, vocaboli nuovi che non hanno riscontro in nessuna voce arcaica. Quando Lorenzo Viani, in un suo libro di ricordi parigini, scrive che tutti, anche le cose, prima che egli andasse in Francia, gli chiedevano con stupore: « E tu vai ad aberintarti a Parigi? », usa un verbo, aberintare, che non risulta esistente (ho consultato varie fonti, anche orali) né a Viareggio né in Versilia.
Possiamo dunque dire che è stato Viani a formare la voce, la cui origine sembra da spiegare così: viene da aberinto, che è poi un dialettale laberinto (per labirinto) con una l che si è staccata perché presa per l'articolo e perciò aberintarsi vuol dire « perdersi in un labirinto » e rende molto bene l'idea dello smarrimento di un povero provinciale a Parigi.
Tristano Bolelli
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