Paragraph view

I RADDOPPIAMENTI

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 1 agosto 1985


[1]

Gran dilemma, tivù o tivvù

[2]

Recente su un quotidiano, a firma dell’amico Luciano Satta, leggo le seguenti parole: «Chi rettamente scrivesse [] che ha ascoltato il tiggidue, o peggio il tiggitrè [] sarebbe messo in uno zoo come esemplare raro, di cui i visitatori potrebbero sentire la pronuncia dalla voce viva o registrata e inserita in telefoni a gettoni uguali a quelli dei musei e delle chiese. Impera la tivù, quando non è tivì, e scrivere tivvù è ormai impresa clandestina, da carboneria. Io non mi ci impianto anche perché, normalmente codardo, so di avere proprio in fatto di tivvù/tivù un illustre e valente quanto amichevole avversario, al quale provvisoriamente mi inchino nel timore che egli abbia in serbo qualche robusto motivo linguistico contro tivvù, cioè che la sua propensione per la scempia non sia dettata solo dal gusto e dall’orecchio».

[3]

per non mi sono sentito chiamato in causa ma la telefonata di un comune conoscente mi ha fatto sapere che quell’amichevole avversario ero io. Mi sono perciò interrogato: io scriverei tivù o tivvù? Non ho avuto esitazioni: tivù: ma poiché il nostro mestiere non vive di sensazioni, ho dovuto riflettere per rendere ragione della scelta, non senza aver dato l’occhiata canonica allo Zingarelli che mi ragione scrivendo tivù (mentre il famoso Dizionario di ortografia e pronunzia della Rai, come dice Satta, non riporta questa come altre voci dello stesso tipo).

[4]

Ma l’autorità di un vocabolario, che pure non , in alternativa, alcuna tivvù, è soltanto uno sprone a scoprire le ragioni, se ce ne sono, in favore di tivù. Anche se non esaurisce la totalità dei casi il rafforzamento della consonante è per lo più sintattico che è, appunto («lo prova il ragionamento stesso», direbbe un personaggio di «Quelli della notte»), sintattico. Ora, io non credo che tivù, che l’accozzo di due consonanti presenti in televisione, rientri nel raddoppiamento sintattico.

[5]

È diverso, per esempio, dal caso di dappertutto, che risulta da un da, per, tutto. Ma qui mi sento di dire dal cortese contraddittore: e abbicci? Ebbene, abbicci, nato tanto prima della TV anche se da essa è fieramente minacciato, è consolidato da tempo nella tradizione toscana e, per questo, è sconsigliato il pur esistente abici, così come accanto a dappertutto, è sconsigliato il pur attestato dapertutto.

[6]

Si vede già dove voglio parare; altro è la grafia, altro è la pronuncia. Un toscano dirà sicuramente tivvù anche se trova scritto tivù, dirà sempre (e con maggiore legittimità) dappertutto anche se troverà scritto da per tutto, dirà o leggerà sempre accasa anche quando troverà (e sarà la totalità dei casi) a casa. E gli altri italiani che per alcune particolarità non hanno accettato il toscano integrale? Diranno tivù, diranno perfino dappertutto e a casa rifiutando il raddoppiamento, sintattico o no. Tivù si inserisce in uno di questi rifiuti.

[7]

Del resto mutamenti nelle consonanti rafforzate ne sono già avvenuti nella grafia e nella pronuncia toscana. Basterà ricordare quel Per me si va nell’etterno dolore che figurò nell’edizione critica di Dante del 1921, continua nelle più recenti stampe, avvalorata dall’edizione di Giorgio Petrocchi, e suscitò tante polemiche.

[8]

L’editore scriveva così perché corrispondeva alla pronuncia del fiorentino antico di rafforzare la consontante prima della vocale tonica. Oggi nessuno scrive o dice etterno ma eterno. Passando ad un altro argomento, è commovente vedere quante brave persone cercando, scrivendomi, di migliorare il mio italiano. Commosso, ne sono grato non foss’altro perché tengono in allerta la mia scrittura.

[9]

C’è un egregio maestro che mi ha mandato un mio articolo con correzioni rosse (per fortuna nessuna blu): una si riferisce a succube che ho adoperato invece di succubo, un’altra a un sia che invece che di sia sia, un’altra è un errore di stampa.

[10]

Cominciamo da quest’ultimo: il mio corrispondente, che mi riprende dicendo di considerare vangelo la presente rubrica (è troppo, è troppo: Io non Enea, io non Paulo sono), saprà pure che non sono io a stampare il giornale e voglio aggiungere che se anche lo stampassi io, farei sempre più errori del benemerito tipografo, in genere accuratissimo.

[11]

Quanto a succubo creda il lettore che è un avariante ampiamente ammessa anche dai vocabolari (si veda lo Zingarelli, XI ediz.). Quando al sia che è anch’esso accettabile (si veda lo stesso Zingarelli che come esempio sia io che mia moglie) ed è usato da ottimi autori.


Text view