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La Stampa pubblica, in una rubrica, degli estratti dalla Gazzetta piemontese di cento anni fa. A parte ogni considerazione sul contenuto, spesso d'attualità, è grande l'interesse linguistico di questi sia pur brevi testi. La prima cosa che salta agli occhi è l'uso del passato remoto dove oggi si userebbe il passato prossimo. Ecco come viene data una notizia da Teramo il 6 febbraio 1880: « Erano le otto di sera quando si sparse per la città la voce che nella nuova caserma erano cadute due volte e seco avevano tradotto molti coscritti. In un attimo fu un accorrere di tutti... Le vittime del disastro furono nove, tutti coscritti ».
Anche così poche righe consentono alcune osservazioni. Intanto c'è quel seco che nessuno oggi userebbe più e quell'avevano tradotto, nel senso di avevano trascinato, che sa tanto di dialettale e che nessuno si sognerebbe oggi di scrivere. Il passato remoto pone i fatti in un'epoca lontana e fa perdere immediatezza alla notizia: ma era proprio questo atteggiamento di imperturbabilità a favorire tale uso. E interessante notare che, nell'Italia settentrionale al di sopra del Po, nel parlare comune, il passato remoto è sostituito dal passato prossimo: l'uso del passato remote nei giornali tende dunque a correggere un uso generale, considerato, a torto nel caso in esame, poco corretto. Il bello è al contrario che nell'Italia meridionale il passato remote è molto usato anche dove la lingua comune non lo consentirebbe. In Sicilia, uno che esce dal ristorante non si sente chiedere: « Come hai mangiato? » ma: « Come mangiasti? »
Prendiamo un altro passo. Il 21 marzo 1880 in una notizia da Tunisi, la Gazzetta piemontese scriveva: « In certi punti i pascoli furono coperti dalla neve, e perciò può dirsi che il bestiame mori anche di fame. Rarissime sono le stalle ove puossi ricoverare il bovino armento: si ha l'abitudine di tenerlo giorno e notte sotto la magnifica volta celeste, pascola dove trova e sdraiasi in qualsiasi luogo ».
Qui, oltre al solito passato remoto ci sono un puossi e uno sdraiasi col pronome attaccato ai verbi. Si tratta di un uso antichissimo, compendiato in quella che è chiamata, dal nome di due insigni studiosi, uno svizzero e l'altro dalmata, legge di Tobler-Mussafia. Oggi diciamo mi dici, mi fai. ma anche dimmi, fammí, ed anche dirmi, farmi; cioè, quando si ha un imperativo o un infinito la particella pronominale si pone dopo il verbo: sono solo questi i casi in cui è consentita tale costruzione.
Nell'italiano antico, invece, nessuna particella pronominale o avverbiale poteva incominciare un periodo. Si legge, così, in Dante: Stavvi Minòs orribilmente e ringhía; oppure: vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole.
La collocazione delle particelle dopo il verbo durò fino al Quattrocento ma, in certi testi arcaizzanti, rimase in uso: anche oggi si legge, cristallizzato in cartelli o in avvisi pubblicitari, vendesi, affittasi. Come si è visto nella Gazzetta piemontese un secolo fa si usava molto la particella posposta al verbo così come in molti altri testi dell'epoca. Non dobbiamo mai dimenticare che la lingua scritta si trova in una situazione di maggiore conservatorismo rispetto alla lingua parlata. Noi stessi, dopo aver letto un cartello con affittasi negli uffici dell'Agenzia chiediamo: « Si affitta quella casa? »
La posizione delle parole ha in molte lingue una funzione sintattíca fondamentale. L'italiano e il francese si basano molto sull'ordine delle parole. Non è indifferente dire: Pietro uccide Paolo o Paolo uccide Pietro. Il latino, coi suoi casi che permettono ad una parola di essere individuata per soggetto o per oggetto, non aveva bisogno di ricorrere alla posizione delle parole per il senso dell'enunciato.
Aveva ragione il linguista francese Antoine Meillet quando osservava che se pronunciamo la parola lupo, non sappiamo se questo lupo è soggetto o oggetto o ha altra funzione, mentre il latino, quando diceva lupus designava non solo « il lupo » ma inequivocabilmente affermava che quel nome singolare maschile è anche soggetto di una proposizione. In latino e, fra le lingue moderne, in quelle baltiche e slave, le parole non indicano qualcosa in sé, ma esprimono, nella loro concretezza grammaticale, il genere, il numero e il caso. L'italiano o il francese, invece, si sono dovuti munire di articoli e preposizioni per una sicura determinazione della funzione sintattica delle parole.
Tristano Bolelli
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