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Maarten Janssen, 2014-
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Il disastro al passato remoto
Language column
La lingua che parliamo
Author
Tristano Bolelli
Date
13
maggio
1980
more header data
[1]
La
Stampa
pubblica
,
in
una
rubrica
,
degli
estratti
dalla
Gazzetta
piemontese
di
cento
anni
fa
.
[2]
A
parte
ogni
considerazione
sul
contenuto
,
spesso
d'
attualità
,
è
grande
l'
interesse
linguistico
di
questi
sia
pur
brevi
testi
.
[3]
La
prima
cosa
che
salta
agli
occhi
è
l'
uso
del
passato
remoto
dove
oggi
si
userebbe
il
passato
prossimo
.
[4]
Ecco
come
viene
data
una
notizia
da
Teramo
il
6
febbraio
1880
:
«
Erano
le
otto
di
sera
quando
si
sparse
per
la
città
la
voce
che
nella
nuova
caserma
erano
cadute
due
volte
e
seco
avevano
tradotto
molti
coscritti
.
In
un
attimo
fu
un
accorrere
di
tutti
.
.
.
Le
vittime
del
disastro
furono
nove
,
tutti
coscritti
»
.
[5]
Anche
così
poche
righe
consentono
alcune
osservazioni
.
[6]
Intanto
c'
è
quel
seco
che
nessuno
oggi
userebbe
più
e
quell'
avevano
tradotto
,
nel
senso
di
avevano
trascinato
,
che
sa
tanto
di
dialettale
e
che
nessuno
si
sognerebbe
oggi
di
scrivere
.
[7]
Il
passato
remoto
pone
i
fatti
in
un'
epoca
lontana
e
fa
perdere
immediatezza
alla
notizia
:
ma
era
proprio
questo
atteggiamento
di
imperturbabilità
a
favorire
tale
uso
.
[8]
E
interessante
notare
che
,
nell'
Italia
settentrionale
al
di
sopra
del
Po
,
nel
parlare
comune
,
il
passato
remoto
è
sostituito
dal
passato
prossimo
:
l'
uso
del
passato
remote
nei
giornali
tende
dunque
a
correggere
un
uso
generale
,
considerato
,
a
torto
nel
caso
in
esame
,
poco
corretto
.
[9]
Il
bello
è
al
contrario
che
nell'
Italia
meridionale
il
passato
remote
è
molto
usato
anche
dove
la
lingua
comune
non
lo
consentirebbe
.
[10]
In
Sicilia
,
uno
che
esce
dal
ristorante
non
si
sente
chiedere
:
«
Come
hai
mangiato
?
»
ma
:
«
Come
mangiasti
?
»
[11]
Prendiamo
un
altro
passo
.
[12]
Il
21
marzo
1880
in
una
notizia
da
Tunisi
,
la
Gazzetta
piemontese
scriveva
:
«
In
certi
punti
i
pascoli
furono
coperti
dalla
neve
,
e
perciò
può
dirsi
che
il
bestiame
mori
anche
di
fame
.
Rarissime
sono
le
stalle
ove
puossi
ricoverare
il
bovino
armento
:
si
ha
l'
abitudine
di
tenerlo
giorno
e
notte
sotto
la
magnifica
volta
celeste
,
pascola
dove
trova
e
sdraiasi
in
qualsiasi
luogo
»
.
[13]
Qui
,
oltre
al
solito
passato
remoto
ci
sono
un
puossi
e
uno
sdraiasi
col
pronome
attaccato
ai
verbi
.
[14]
Si
tratta
di
un
uso
antichissimo
,
compendiato
in
quella
che
è
chiamata
,
dal
nome
di
due
insigni
studiosi
,
uno
svizzero
e
l'
altro
dalmata
,
legge
di
Tobler-Mussafia
.
[15]
Oggi
diciamo
mi
dici
,
mi
fai
.
ma
anche
dimmi
,
fammí
,
ed
anche
dirmi
,
farmi
;
cioè
,
quando
si
ha
un
imperativo
o
un
infinito
la
particella
pronominale
si
pone
dopo
il
verbo
:
sono
solo
questi
i
casi
in
cui
è
consentita
tale
costruzione
.
[16]
Nell'
italiano
antico
,
invece
,
nessuna
particella
pronominale
o
avverbiale
poteva
incominciare
un
periodo
.
[17]
Si
legge
,
così
,
in
Dante
:
Stavvi
Minòs
orribilmente
e
ringhía
;
oppure
:
vuolsi
così
colà
dove
si
puote
/
ciò
che
si
vuole
.
[18]
La
collocazione
delle
particelle
dopo
il
verbo
durò
fino
al
Quattrocento
ma
,
in
certi
testi
arcaizzanti
,
rimase
in
uso
:
anche
oggi
si
legge
,
cristallizzato
in
cartelli
o
in
avvisi
pubblicitari
,
vendesi
,
affittasi
.
[19]
Come
si
è
visto
nella
Gazzetta
piemontese
un
secolo
fa
si
usava
molto
la
particella
posposta
al
verbo
così
come
in
molti
altri
testi
dell'
epoca
.
[20]
Non
dobbiamo
mai
dimenticare
che
la
lingua
scritta
si
trova
in
una
situazione
di
maggiore
conservatorismo
rispetto
alla
lingua
parlata
.
[21]
Noi
stessi
,
dopo
aver
letto
un
cartello
con
affittasi
negli
uffici
dell'
Agenzia
chiediamo
:
«
Si
affitta
quella
casa
?
»
[22]
La
posizione
delle
parole
ha
in
molte
lingue
una
funzione
sintattíca
fondamentale
.
[23]
L'
italiano
e
il
francese
si
basano
molto
sull'
ordine
delle
parole
.
[24]
Non
è
indifferente
dire
:
Pietro
uccide
Paolo
o
Paolo
uccide
Pietro
.
[25]
Il
latino
,
coi
suoi
casi
che
permettono
ad
una
parola
di
essere
individuata
per
soggetto
o
per
oggetto
,
non
aveva
bisogno
di
ricorrere
alla
posizione
delle
parole
per
il
senso
dell'
enunciato
.
[26]
Aveva
ragione
il
linguista
francese
Antoine
Meillet
quando
osservava
che
se
pronunciamo
la
parola
lupo
,
non
sappiamo
se
questo
lupo
è
soggetto
o
oggetto
o
ha
altra
funzione
,
mentre
il
latino
,
quando
diceva
lupus
designava
non
solo
«
il
lupo
»
ma
inequivocabilmente
affermava
che
quel
nome
singolare
maschile
è
anche
soggetto
di
una
proposizione
.
[27]
In
latino
e
,
fra
le
lingue
moderne
,
in
quelle
baltiche
e
slave
,
le
parole
non
indicano
qualcosa
in
sé
,
ma
esprimono
,
nella
loro
concretezza
grammaticale
,
il
genere
,
il
numero
e
il
caso
.
[28]
L'
italiano
o
il
francese
,
invece
,
si
sono
dovuti
munire
di
articoli
e
preposizioni
per
una
sicura
determinazione
della
funzione
sintattica
delle
parole
.
[29]
Tristano
Bolelli
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