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Il disastro al passato remoto

Language columnLa lingua che parliamo
AuthorTristano Bolelli
Date 13 maggio 1980


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La Stampa pubblica, in una rubrica, degli estratti dalla Gazzetta piemontese di cento anni fa.
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A parte ogni considerazione sul contenuto, spesso d'attualità, è grande l'interesse linguistico di questi sia pur brevi testi.
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La prima cosa che salta agli occhi è l'uso del passato remoto dove oggi si userebbe il passato prossimo.
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Ecco come viene data una notizia da Teramo il 6 febbraio 1880: « Erano le otto di sera quando si sparse per la città la voce che nella nuova caserma erano cadute due volte e seco avevano tradotto molti coscritti. In un attimo fu un accorrere di tutti... Le vittime del disastro furono nove, tutti coscritti ».
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Anche così poche righe consentono alcune osservazioni.
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Intanto c'è quel seco che nessuno oggi userebbe più e quell'avevano tradotto, nel senso di avevano trascinato, che sa tanto di dialettale e che nessuno si sognerebbe oggi di scrivere.
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Il passato remoto pone i fatti in un'epoca lontana e fa perdere immediatezza alla notizia: ma era proprio questo atteggiamento di imperturbabilità a favorire tale uso.
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E interessante notare che, nell'Italia settentrionale al di sopra del Po, nel parlare comune, il passato remoto è sostituito dal passato prossimo: l'uso del passato remote nei giornali tende dunque a correggere un uso generale, considerato, a torto nel caso in esame, poco corretto.
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Il bello è al contrario che nell'Italia meridionale il passato remote è molto usato anche dove la lingua comune non lo consentirebbe.
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In Sicilia, uno che esce dal ristorante non si sente chiedere: « Come hai mangiato? » ma: « Come mangiasti? »
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Prendiamo un altro passo.
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Il 21 marzo 1880 in una notizia da Tunisi, la Gazzetta piemontese scriveva: « In certi punti i pascoli furono coperti dalla neve, e perciò può dirsi che il bestiame mori anche di fame. Rarissime sono le stalle ove puossi ricoverare il bovino armento: si ha l'abitudine di tenerlo giorno e notte sotto la magnifica volta celeste, pascola dove trova e sdraiasi in qualsiasi luogo ».
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Qui, oltre al solito passato remoto ci sono un puossi e uno sdraiasi col pronome attaccato ai verbi.
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Si tratta di un uso antichissimo, compendiato in quella che è chiamata, dal nome di due insigni studiosi, uno svizzero e l'altro dalmata, legge di Tobler-Mussafia.
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Oggi diciamo mi dici, mi fai. ma anche dimmi, fammí, ed anche dirmi, farmi; cioè, quando si ha un imperativo o un infinito la particella pronominale si pone dopo il verbo: sono solo questi i casi in cui è consentita tale costruzione.
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Nell'italiano antico, invece, nessuna particella pronominale o avverbiale poteva incominciare un periodo.
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Si legge, così, in Dante: Stavvi Minòs orribilmente e ringhía; oppure: vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole.
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La collocazione delle particelle dopo il verbo durò fino al Quattrocento ma, in certi testi arcaizzanti, rimase in uso: anche oggi si legge, cristallizzato in cartelli o in avvisi pubblicitari, vendesi, affittasi.
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Come si è visto nella Gazzetta piemontese un secolo fa si usava molto la particella posposta al verbo così come in molti altri testi dell'epoca.
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Non dobbiamo mai dimenticare che la lingua scritta si trova in una situazione di maggiore conservatorismo rispetto alla lingua parlata.
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Noi stessi, dopo aver letto un cartello con affittasi negli uffici dell'Agenzia chiediamo: « Si affitta quella casa? »
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La posizione delle parole ha in molte lingue una funzione sintattíca fondamentale.
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L'italiano e il francese si basano molto sull'ordine delle parole.
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Non è indifferente dire: Pietro uccide Paolo o Paolo uccide Pietro.
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Il latino, coi suoi casi che permettono ad una parola di essere individuata per soggetto o per oggetto, non aveva bisogno di ricorrere alla posizione delle parole per il senso dell'enunciato.
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Aveva ragione il linguista francese Antoine Meillet quando osservava che se pronunciamo la parola lupo, non sappiamo se questo lupo è soggetto o oggetto o ha altra funzione, mentre il latino, quando diceva lupus designava non solo « il lupo » ma inequivocabilmente affermava che quel nome singolare maschile è anche soggetto di una proposizione.
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In latino e, fra le lingue moderne, in quelle baltiche e slave, le parole non indicano qualcosa in , ma esprimono, nella loro concretezza grammaticale, il genere, il numero e il caso.
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L'italiano o il francese, invece, si sono dovuti munire di articoli e preposizioni per una sicura determinazione della funzione sintattica delle parole.
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Tristano Bolelli

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