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Il linguaggio infantile

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 30 luglio 1952


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La prima sillaba che il bimbo, dianzi infante (il qual termine, etimologicamente, significa non parlante) pronuncia fra le lacrime di gioia dei familiari prima ancora che scocchi l'anno da che venne al mondo, il primo suono articolato che sboccia dalle sue rosee piccole labbra simili ai petali d'un fiore, è la sillaba ma, che, istintivamente ripetuta, è, dai tempi di Adamo ed Eva, la parola più bella più cara più sacra, che non appartiene a questa o a quella lingua ma a tutti gli idiomi della Terra, che suona tanto nella reggia o nel palazzo fastoso quanto nella povera capanna montana o nella squallida soffitta, nel tucul del negro o nell'igloo dell'esquimese: la parola mamma.
[2]
Segue, a breve distanza, un'altra sillaba ove, con la a, che è la più facile ed ovvia delle vocali, suona la labiale p, cioè la sillaba pa, donde papà e pappa, le parole atte a indicare chi provvede l'alimento e l'alimento stesso susseguente al latte materno.
[3]
Il quale latte materno e fornito dalle mamme o mammelle, nomi nei quali ritorna la sillaba ma or ora accennata.
[4]
Dopo queste prime parole il bimbo o la bimba passa, via via, farfugliando e cianciugliando, a pronunciarne e apprenderne dell'altre.
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E' il linguaggio infantile, oggetto di studio da parte di filologi insigni (Grammont, Delacroix, Jerpersen, Lombroso, ecc.) che li dichiarano interessanti sotto i vari aspetti glottologico, fisiologico, psicologico, e ne rilevano le qualità onomatopeiche e fonosimboliche atte a renderne facile l'apprendimento e il ricordo.
[6]
Le prime consonanti ivi annesse all'una o all'altra delle vocali sono le labiali, come la m, la b e la p, poi le dentali, come la n, la d e la t, la r e la l, quindi le palatali, ultime le gutturali.
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Nascono così i termini pipi, che, pronunciato come una parola plana, significa uccellino, di cui imita il pigolio, ma quando è fatto tronco, cioè pipì, vuol dire tutt'altro, come nessuno ignora perché l'uso se ne protrae anche fra i grandi; poi bubù, che vale a indicare sofferenza, dolore fisico; bun, tun-tun, pun, imitanti i vari suoni, colpi, rumori; tutù, che è il suono della trombetta, mao o mignu, che è il gatto, totò o bobò che vuol dire cane, pita o pipina, che vuol dire gallina.
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Il babà è qualunque uomo che non sia il papà, nena o mena e poi magna è una qualsiasi donna che non sia la mamma; teta la fanciullina e tato il fanciullino; bigin il bacio, tata e poi cara la carezza.
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Fare an è mangiare, fare bu è bere, fare uppa è alzarsi, fare tun è cadere, fare nana o nanna è mettersi a dormire, andare n'tan è andare lontano, andare a passeggio.
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Queste forme quasi informi e rudimentali sono del dialetto piemontese: in altri dialetti hanno naturalmente inflessioni diverse e qualche variante.
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Ma ci sono anche voci infantili che si possono dire universali perché, come il bel nome mamma, si sentono dappertutto: tali il tic-tac che indica l'orologio e il din-din che indica il campanello, quest'ultimo menzionato anche dal sommo poeta nostro ove designa l'età del bambino come quella in cui l'uomo dice pappa e dindi.
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Ma lo stesso Dante, in altro passo del suo poema, accennando al linguaggio infantile, dice cosa molto sensata e molto esatta chiamandolo «l'Idioma che prima i padri e le madri trastulla».
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Ecco una grande verità, che, secondo noi, toglie a tale idioma molta parte dell'importanza attribuitagli dai filologi.
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Esso non nasce spontaneo, non è foggiato dal bimbo per suo impulso ad imitare i suoni che sente intorno a : è fatto, quasi tutto, dai congiunti, in ispecie dai genitori, che si divertono un mondo a inventare anzi a ripetere da generazioni e generazioni vari pipi e popò, pupù e pepé e tata e tota, felici fino al delirio quando il putto, a forza di vedere le loro bocche pronunciar queste voci e di sentirsene rintronar gli orecchi, le pronuncia e impara anche lui.
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È così che si eterna, fra esplosioni di affetto misto alle moine e smancerie e leziosaggini dei circostanti tornati pur essi bambini, il linguaggio dei pargoli, sul quale la scienza filologica, a nostro modesto parere, perde alquanto il suo tempo.
[16]
e. c. m.

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