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Dice taluno: «La specie degli stambecchi, dei quali gli ultimi esemplari si hanno sulle Alpi, nel Parco nazionale del Gran Paradiso, sta scomparendo». Questo sta, a parer nostro, non è appropriato. Convien dire «va scomparendo». Se il lettor benigno vorrà seguirci in una breve digressione sull'argomento, forse la troverà interessante.
Il verbo andare è il più usato e il più importante fra tutti i verbi di moto. Appare in esso la lettera n, derivata dal fenicio nun che significa «pesce», suono dentale liquido che sembra portare con sé un vago senso di movimento, soprattutto dell'acqua o nell'acqua stessa. Lo troviamo perciò nel termine onda e, naturalmente, in tutte le parole che da questa derivano, come ondeggiare, ondulare, abondare, ridondare, ciondolare. Quando il Carducci, nel Sogno d'estate, descrive la scena della primavera rifiorente nella selvaggia Maremma in riva all'azzurro Tirreno, scrive: «...nel mar quattro candide vele - andavano andavano cullandosi lente nel sole», dove tutte quelle n, con una loro ineffabile suggestione, dànno a chi legge o ascolta il senso del moto pacato, tranquillo; quello stesso senso, che dà la dolce parola ninnananna, fatta quasi tutta di n. E questa lettera appare in fonte, corrente, torrente, navigante, viandante, campana, diana, scorribanda, sarabanda e in tante altre voci nelle quali concorre a suscitare la stessa idea, la medesima sensazione. Perciò ogni qual volta si esprima un concetto che alluda a un moto, materiale o spirituale, ci sta bene il verbo andare. Se in alcune pochissime delle sue forme la radice and è sostituita da vad, questo è fenomeno accessorio senza importanza. Il fatto importante è che l'unire il verbo stare con verbi che portano in sé una idea di movimento (sta scomparendo, sta correndo, sta inseguendo, sta peregrinando, o simili), a chi guardi le cose a fondo, appare inammissibile.
Perché nel verbo stare è la radice st, che si trova già nell'antichissimo idioma sanscrito, dal quale son derivate le lingue indoeuropee, col significato fondamentale di essere o rendere fermo, fisso, immobile. La figura a tutto rilievo d'una persona scolpita nella pietra o nel marmo o fusa nel bronzo, che cos'è? È una statua. Perché essa veramente sta. E i poeti prediligono questo verbo quando descrivono un grand'uomo che, pur essendo ancora in vita, stette, immobile per improvvisa commozione o per lunga meditazione quasi fosse pietrificato. Come si chiama il luogo dove il treno si ferma e rimane alcun tempo? Si chiama, stazione. E il luogo ove si dimora, si dorme, ecc.? Stanza. Il recinto ove il gregge, dopo lungo andare, prende riposo, è uno stazzo, e il luogo dove gli armenti tornan dal pascolo a ruminare cibo e dormire è la stalla. E il palo che, infitto nel mezzo del pagliaio, serve a reggerlo in piedi e ne è come l'anima, chiamansi stollo. E l'istituzione che rappresenta l'universalità dei cittadini soggetti ad un unico potere sovrano è lo Stato, e la sua legge fondamentale fissa immutabile (almeno fino a che una qualche marcia o referendum popolare non te la sopprime), chiamasi Statuto. E chi rimane come irrigidito da una forte impressione rimane stupido, pien di stupore: c'è sempre quella radice st che induce nelle parole composte con essa il significato già detto.
Aveva dunque ragione quell'uomo colto che, ormai spacciato dai medici e conscio della prossima ineluttabile fine, all'amico venuto a fargli visita che gli domandava: «Caro, come stai?», rispose argutamenmente: «Non sto, pur troppo! Son per andare».
e. c. m.
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