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Andare e stare

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 29 agosto 1952


[1]
Dice taluno: «La specie degli stambecchi, dei quali gli ultimi esemplari si hanno sulle Alpi, nel Parco nazionale del Gran Paradiso, sta scomparendo».
[2]
Questo sta, a parer nostro, non è appropriato.
[3]
Convien dire «va scomparendo».
[4]
Se il lettor benigno vorrà seguirci in una breve digressione sull'argomento, forse la troverà interessante.
[5]
Il verbo andare è il più usato e il più importante fra tutti i verbi di moto.
[6]
Appare in esso la lettera n, derivata dal fenicio nun che significa «pesce», suono dentale liquido che sembra portare con un vago senso di movimento, soprattutto dell'acqua o nell'acqua stessa.
[7]
Lo troviamo perciò nel termine onda e, naturalmente, in tutte le parole che da questa derivano, come ondeggiare, ondulare, abondare, ridondare, ciondolare.
[8]
Quando il Carducci, nel Sogno d'estate, descrive la scena della primavera rifiorente nella selvaggia Maremma in riva all'azzurro Tirreno, scrive: «...nel mar quattro candide vele - andavano andavano cullandosi lente nel sole», dove tutte quelle n, con una loro ineffabile suggestione, dànno a chi legge o ascolta il senso del moto pacato, tranquillo; quello stesso senso, che la dolce parola ninnananna, fatta quasi tutta di n.
[9]
E questa lettera appare in fonte, corrente, torrente, navigante, viandante, campana, diana, scorribanda, sarabanda e in tante altre voci nelle quali concorre a suscitare la stessa idea, la medesima sensazione.
[10]
Perciò ogni qual volta si esprima un concetto che alluda a un moto, materiale o spirituale, ci sta bene il verbo andare.
[11]
Se in alcune pochissime delle sue forme la radice and è sostituita da vad, questo è fenomeno accessorio senza importanza.
[12]
Il fatto importante è che l'unire il verbo stare con verbi che portano in una idea di movimento (sta scomparendo, sta correndo, sta inseguendo, sta peregrinando, o simili), a chi guardi le cose a fondo, appare inammissibile.
[13]
Perché nel verbo stare è la radice st, che si trova già nell'antichissimo idioma sanscrito, dal quale son derivate le lingue indoeuropee, col significato fondamentale di essere o rendere fermo, fisso, immobile.
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La figura a tutto rilievo d'una persona scolpita nella pietra o nel marmo o fusa nel bronzo, che cos'è?
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È una statua.
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Perché essa veramente sta.
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E i poeti prediligono questo verbo quando descrivono un grand'uomo che, pur essendo ancora in vita, stette, immobile per improvvisa commozione o per lunga meditazione quasi fosse pietrificato.
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Come si chiama il luogo dove il treno si ferma e rimane alcun tempo?
[19]
Si chiama, stazione.
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E il luogo ove si dimora, si dorme, ecc.?
[21]
Stanza.
[22]
Il recinto ove il gregge, dopo lungo andare, prende riposo, è uno stazzo, e il luogo dove gli armenti tornan dal pascolo a ruminare cibo e dormire è la stalla.
[23]
E il palo che, infitto nel mezzo del pagliaio, serve a reggerlo in piedi e ne è come l'anima, chiamansi stollo.
[24]
E l'istituzione che rappresenta l'universalità dei cittadini soggetti ad un unico potere sovrano è lo Stato, e la sua legge fondamentale fissa immutabile (almeno fino a che una qualche marcia o referendum popolare non te la sopprime), chiamasi Statuto.
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E chi rimane come irrigidito da una forte impressione rimane stupido, pien di stupore: c'è sempre quella radice st che induce nelle parole composte con essa il significato già detto.
[26]
Aveva dunque ragione quell'uomo colto che, ormai spacciato dai medici e conscio della prossima ineluttabile fine, all'amico venuto a fargli visita che gli domandava: «Caro, come stai?», rispose argutamenmente: «Non sto, pur troppo! Son per andare».
[27]
e. c. m.

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