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Eroi accaniti?

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 28 gennaio 1948


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Un’altra prova che il buon gusto letterario, il senso della misura, della signorilità, della convenienza ad ogni singola parola o frase a questo e non a quell’argomento, son diventati, nell’uso della nostra lingua, virtù rarissime, si ha nel fatto che ben pochi badano ancora a scegliere, meditare, analizzare ogni espressione adattandola ai singoli casi. S’usano invece parole e frasi a casaccio, producendo nel parlare e nello scrivere quelle che nel linguaggio musicale si chiamano stonature e che un gusto rozzo e pervertito non avverte nemmeno.

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Già ci sono modi di dire comunissimi che vengono alle labbra con tutta spontaneità, ma talvolta proprio a sproposito. Per esempio, un reduce va narrando con tutta serietà, a *********, la tragedia di navi della Marina da guerra silurate affondanti in mezzo alla tempesta, «Talvolta egli dice esse cozzavano l’una contro l’altra schiacciando i poveri naufraghi aggrappati ai loro fianchi, e il sangue schizzava per tutto che era una bellezza». Figuriamoci che bellezza! Si parla di Anselmo che si godeva allegramente la vita, quando, un bel giorno, fu investito da un’automobile e ucciso. Sarà stato proprio un bel giorno! Per quel disgraziato, no certamente. Il nostro povero Gino, dice altri, gode una salute molto precaria. E si può dire che sia un godimento? Grazie a un pungo di Carnera, narra un suo biografo, l’avversario andò all’altro mondo. Ma l’avversario non disse grazie sicuramente.

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Tutto sta nel sentire che un’espressione, opportunissima in un determinato ambiente, in un altro non può stare: s’intona benissimo, qui stride maledettamente. Che il Manzoni, parlando di quel ragazzaccio che se la rideva dei frati e negava loro la metà del raccolto delle noci da suo padre promessa, dica che gozzovigliava e sghignazzava con amici dello stesso pelo, sia ottimamente, ma chi userebbe quest’espressione parlando di amici per bene? Chi oserebbe dire che una buona suora di carità, curando un coleroso, fu a un pelo di contrarre l’infezione? Se io parlo d’un ragazzo che ad ogni incitamento perché si mettesse sulla via del bene recalcitrava, l’immagine suscitata da questo verbo, d’un quadrupede ribelle alla frusta che tira calci, è appropriata; ma se alcuno mi dirà che il famoso giureconsulto o filosofo o letterato cui era offerta un’altissima carica, non volendo sobbarcarvisi, recalcitrava, pregeremo questo signore d’imparar a parlare. Così si potrà anche ammettere che d’un uomo politico circuito dai giornalisti perché rivelasse segreti dei quali era depositario si dica che, resistendo ad ogni assalto, non si sbottonò, ma chi dicesse altrettanto d’una signora rimasta pur essa ferma nel conservare un suo segreto dimostrerebbe di possedere la sensibilità d’un ippopotamo o d’un rinoceronte.

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Eppure la delicatezza nel parlare è oggi una vera rarità. Quando i lavori della Costituente andarono a rilento e l’assemblea bizantineggiava in discussioni interminabili, non dissero forse molti corrispondenti che bisognava mettere i deputati alla frusta? Era un trattarli da bestie. È ben vero che, in una memorabile seduta, due di essi si regalarono reciprocamente gli epiteti di asino e di bue: ma via! non si potrebbe parlare un po’ più civilmente! E quando, come in una recente commemorazione della battaglia di Montelungo, si parla di eroi che, contro forze superiori di numero, pugnarono accanitamente, perché mal s’introduce qui un avverbio la cui voce primitiva o fondamentale è cani, sicché quegli eroi si sarebbero battuti con la stizza, la rabbia, la ferocia di mastini o molossi ringhiosi? Vi pare opportuno? Anche tu, *** buon collega, al quale ho chiesto di aiutarmi a trovare un alloggio nella tua città e che mi rispondi «Ho sguinzagliato alla ricerca tutti i miei amici». Li tratti dunque, detesti amici, da cani!

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e.c.m.


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