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Espressioni dialettali

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 27 marzo 1953
NewspaperNuova Stampa Sera
Publication placeTorino
Publication countryItalia
Page3
Column7


[1]
Che cosa dice un popolano piemontese vedendo passare per la strada uno spilungone duro, rigido, impettito come un granatiere sull'attenti?
[2]
Dice «L'ha travondù 'l mani d'la ramassa» (Ha inghiottito il manico della scopa).
[3]
È questo uno dei tanti motti pieni di brio e di vivacità che fan parte del patrimonio linguistico subalpino, insieme con quelle parole molto espressive cui accennavo in altra nota.
[4]
Riflettono alcuni di essi remote usanze interessanti gli studiosi del folclore; rispecchiano gli altri l'umorismo bonario, pacato, sereno, ma non per questo privo di arguzia, di un popolo dalla tempra forte e generosa.
[5]
Uno dei più curiosi è questo: «fé canté Martina».
[6]
Far cantare Martina vuol dire far rimanere alcuno fuori di casa, all'aperto, nel freddo, tenendogli sbarrata in faccia la porta.
[7]
E risale ad un costume d'altri tempi, quando, d'inverno, tra le nevi incombenti, un'allegra brigata di giovani andava a chiedere d'essere ospitata in una casa (più spesso un tepido presepe, cioè stalla) dove erano delle ragazze.
[8]
Queste, barricate dentro, sentivano un coro che dal di fuori cantava chiamando Martina nome generico indicante la padrona esse rispondevano, pure cantando, con un rifiuto; quelli insistevano, e si svolgeva così un lungo dialogo un contrasto in versi finché la porta veniva aperta e i giocondi e canori garzoni vi irrompevano felici.
[9]
Andar per la campagna tra i ghiacci e le nevi invernali da noi è «andé per grive» o «piè le grive».
[10]
Questi sono i tordi, ai quali si la caccia appunto nella stagione più fredda.
[11]
Chi si delle arie, gonfio di e vanitoso, «a 's da 'dcròvata». L'origine della voce cravatta risale, com'è noto, ai Croati, e fu prima importata in Francia circa l'anno 1636 da soldati di Croazia: ma l'espressione nostra deriva, mi sembra, dal fatto che il popolino non usa questo ornamento, portato invece dalle classi più elevate così da parere un segno e quasi un simbolo di orgoglio e vanità. Si può accostare a questa l'espressione « l'erlò», che significa imbaldanzire, inorgoglire: l'erlo è lo smergo, una specie di anatra selvatica, con piume disposte a ciuffo sul capo, il cui atteggiamento suggerì l'immagine singolare.
[12]
Quando un ragazzotto, o più ancora una donzelletta, si mostra esuberante di vita, in preda a indomabile irrequietezza, a desideri vaghi, a sogni dorati che si perdono nel mondo dell'irreale, questo stato d'animo è come bene ha detto Nino Costa— « spirit follett - pi fin che 'na lama - pi viv che 'na fiama - ch'as ciama gigett». Avei l’ gigett è consimile all'avere addosso l'argento vivo, e le signorinelle che ne sono invase si definiscono anche sbrincètte, perchè pare che spruzzino intorno la loro vitalità.
[13]
Non c'è qui spazio per illustrare e commentare tante altre curiose espressioni, come la nona, esse al casùi, esse spera, la triaca, avèi la flirta, ecc. ecc.: mi limiterò a segnalarne che riguardano l'idillio d'amore fatalmente avviato all'imeneo.
[14]
Fare una corte spietata, da innamorato marcio, ad una ragazza, a « l’aso» (fare l'asino), perché il buon ciuco, nel mese di maggio, è verso la femmina d'una tenerezza indicibile, tutto moine e vezzi e sospiri commoventi.
[15]
Chi accompagna uno spasimante ai convegni con la sua bella «a fa ciair»; l'espressione deriva dall'antico costume dei paraninfi di accompagnare lo sposo a casa della promessa portando fiaccole accese.
[16]
E il metter su casa a poco a poco per ricevervi la futura consorte è «pòrté le busche» (portar le pagliuzze), espressione allegorica piena di poesia.
[17]
Il prossimo marito vi è comparato all'uccellino che raccoglie festuche, fili di paglia, a comporre amorosamente il nido: il suo giocondo affaccendarsi intorno a così piacevole apparato non poteva essere espresso con un'immagine più gentile.
[18]
e. c. m.

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