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Che cosa dice un popolano piemontese vedendo passare per la strada uno spilungone duro, rigido, impettito come un granatiere sull'attenti? Dice «L'ha travondù 'l mani d'la ramassa» (Ha inghiottito il manico della scopa).
È questo uno dei tanti motti pieni di brio e di vivacità che fan parte del patrimonio linguistico subalpino, insieme con quelle parole molto espressive cui accennavo in altra nota. Riflettono alcuni di essi remote usanze interessanti gli studiosi del folclore; rispecchiano gli altri l'umorismo bonario, pacato, sereno, ma non per questo privo di arguzia, di un popolo dalla tempra forte e generosa.
Uno dei più curiosi è questo: «fé canté Martina». Far cantare Martina vuol dire far rimanere alcuno fuori di casa, all'aperto, nel freddo, tenendogli sbarrata in faccia la porta. E risale ad un costume d'altri tempi, quando, d'inverno, tra le nevi incombenti, un'allegra brigata di giovani andava a chiedere d'essere ospitata in una casa (più spesso un tepido presepe, cioè stalla) dove erano delle ragazze. Queste, barricate dentro, sentivano un coro che dal di fuori cantava chiamando Martina — nome generico indicante la padrona — esse rispondevano, pure cantando, con un rifiuto; quelli insistevano, e si svolgeva così un lungo dialogo — un contrasto in versi — finché la porta veniva aperta e i giocondi e canori garzoni vi irrompevano felici.
Andar per la campagna tra i ghiacci e le nevi invernali da noi è «andé per grive» o «piè le grive». Questi sono i tordi, ai quali si dà la caccia appunto nella stagione più fredda.
Chi si dà delle arie, gonfio di sè e vanitoso, «a 's da 'dcròvata». L'origine della voce cravatta risale, com'è noto, ai Croati, e fu prima importata in Francia — circa l'anno 1636 — da soldati di Croazia: ma l'espressione nostra deriva, mi sembra, dal fatto che il popolino non usa questo ornamento, portato invece dalle classi più elevate così da parere un segno e quasi un simbolo di orgoglio e vanità. Si può accostare a questa l'espressione «fé l'erlò», che significa imbaldanzire, inorgoglire: l'erlo è lo smergo, una specie di anatra selvatica, con piume disposte a ciuffo sul capo, il cui atteggiamento suggerì l'immagine singolare.
Quando un ragazzotto, o più ancora una donzelletta, si mostra esuberante di vita, in preda a indomabile irrequietezza, a desideri vaghi, a sogni dorati che si perdono nel mondo dell'irreale, questo stato d'animo è — come bene ha detto Nino Costa— «né spirit follett - pi fin che 'na lama - pi viv che 'na fiama - ch'as ciama gigett». Avei l’ gigett è consimile all'avere addosso l'argento vivo, e le signorinelle che ne sono invase si definiscono anche sbrincètte, perchè pare che spruzzino intorno la loro vitalità.
Non c'è qui spazio per illustrare e commentare tante altre curiose espressioni, come fé la nona, esse al casùi, esse spera, fé la triaca, avèi la flirta, ecc. ecc.: mi limiterò a segnalarne che riguardano l'idillio d'amore fatalmente avviato all'imeneo. Fare una corte spietata, da innamorato marcio, ad una ragazza, a «fé l’aso» (fare l'asino), perché il buon ciuco, nel mese di maggio, è verso la femmina d'una tenerezza indicibile, tutto moine e vezzi e sospiri commoventi. Chi accompagna uno spasimante ai convegni con la sua bella «a fa ciair»; l'espressione deriva dall'antico costume dei paraninfi di accompagnare lo sposo a casa della promessa portando fiaccole accese. E il metter su casa a poco a poco per ricevervi la futura consorte è «pòrté le busche» (portar le pagliuzze), espressione allegorica piena di poesia. Il prossimo marito vi è comparato all'uccellino che raccoglie festuche, fili di paglia, a comporre amorosamente il nido: il suo giocondo affaccendarsi intorno a così piacevole apparato non poteva essere espresso con un'immagine più gentile.
e. c. m.
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