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La lettera Q

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 26 dicembre 1949


[1]

Fra tutte le lettere dell'alfabeto è questa la più umile, la più povera. Nel vocabolario le parole che cominciano con essa formano la serie men numerosa. Questo specialmente perché è una lettera quasi superflua, avendo lo stesso suono della c gutturale. Provatevi a scrivere cuore e quore: la pronuncia è identica. Se è invece molto diversa la pronuncia delle parole qui e cui, ciò deriva dal fatto che nell'avverbio qui è accentata la i, mentre nel pronome cui è accentuata la u; ma il suono iniziale, sia scritto c o sia scritto q, non muta per niente. E quella con cui la consonante q. ha stretto connubio indissolubile è la vocale u, seguita poi da una delle altre quattro, sicché tutte le parole ove appare contengono una sillaba qua o que o qui o quo, con la u non accentata. Se si pronuncia rafforzata, si fa precedere da una c, come in acqua, nacque, acquisto; si raddoppia soltanto nella voce soqquadro.

[2]

Detto questo, sarebbe detto tutto. Ma c'è una grande novità, per la quale sarebbe messo a soqquadrò l'alfabeto. Una «Società ortografica italiana» s'è fatta iniziatrice d'una riforma per la quale si dovrebbero usare: in luogo del gl dolce (con la l liquida palatale schiacciata come in egli), la consonante y (eyi); in luogo dello sc strisciato come in usci, la x (uxi); invece della g dolce come in pregi, la j (pregji); invece del gn nasale palatale di ogni o di legno la ñ spagnola (oñi); e infine, al posto della c dura di carta, colto, che, precisamente in q, che servirebbe a distinguere questa c gutturale dalla c palatale di cena, civiltà, facilità.

[3]

È chiaro? D'ora innanzi, dunque, se la proposta riforma venisse accolta, dovremmo scrivere cjoe "sqrivere" le parole che seguono in questo modo: critica, inqomprensione, qomunque, qonfidare, oqqorrere, giudiqare, pratiqare, sqopo, politiqa, repubbliqa, qostituzione... e qosi via. Vi piace?

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A noi francamente, no. Intendiamoci. La proposta riforma ortografica non è da mettere fra le proposte avventate o pazze: è sensata, seria, opportuna. Ma noi non comprendiamo perché, mentre si adottano la j francese e inglese, la x dell'uso portoghese, la y del turco e la ñ dello spagnolo, non si possa lasciare la q al suo modesto e limitato ufficio consueto adottando piuttosto, a rappresentare la c gutturale, la lettera k. Dicono che è "rude, qomplicata e disarmoniqa", ma noi non siamo affatto di questo parere. Si capisce, è soltanto questione di simpatia o antipatia, di gusto, di sensibilità. Ma quando pensiamo e ricordiamo che la k appare già nelle più lontane scritture della nostra lingua a cominciare dalla carta capuana del 960 (sao ke kelle terre, per kelle fini ecc.) e dalle liriche del Dugento (ke la sperança me mantene - del me segnor ke me sostene - Kanzonetta gioiosa, va a lo fior di Sorta, ecc.) la lettera k, che usiamo tuttora in certe abbreviazioni, (km.) e in qualche parola come kilowat, ci sembra poter adempiere il nuovo ufficio assai meglio della ignobile q.

[5]

e. c. m.


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