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La lettera “h”

Language columnNoterelle di lingua
AuthorEuclide Carlo Milano
Date 25 gennaio 1952


[1]
Quando d'una persona o cosa vogliamo dire che non val nulla, che non sa nulla, che la stimiamo meno che nulla, noi diciamo che vale un'acca, che non sa un'acca, che l'abbiamo per meno d'un'acca.
[2]
Gli è che fra tutte le lettere dell'alfabeto questa è la meno importante, perché non ha il suono aspirato che possiede in altre lingue e che un tempo le si dava anche tra noi, quando, nel Cinquecento, si scriveva dai Toscani amicho, la chorteccia, pocho, la cholonna per indicare la loro c aspirata intervocalica.
[3]
Perduto, dunque, questo suono aspirato, la h è una lettera muta, che non rappresenta di per alcun suono e si usa in pochissimi casi, nei quali si potrebbe sostituire o escludere senz'altro.
[4]
Il suo ufficio più importante è quello di distinguere il suono gutturale della c e della g davanti alla e ed alla i perché suonino come davanti alle vocali a, o, u ad esempio in cheto, chino, gherone, ghiaia: ma s'è già visto come, invece di che e chi, al potrebbe semplicemente scrivere ke, ki, rimettendo nell'uso quel k che appare nei testi italiani antichi (keto, kino), e invece di ghe e ghi, si potrebbe semplicemente scrivere ge e gi lasciando alla g il suono gutturale che ha dinanzi alle altre vocali (ga, go, gu) quindi gerone = gherone, e giaia = ghiaia e per quello dolce o palatale adottando un altro segno, quale l'j (i lungo), proposto dalla Società Ortografica Italiana: jelo = gelo, jada = giada.
[5]
Nelle forme verbali ho, ha, hai, hanno il segno h iniziale è messo soltanto per evitare la confusione di queste forme con la congiunzione disgiuntiva o, con le preposizioni a, ai, e col nome anno: ma già si usa da molti sostituire al segno h l'accento grave, scrivendo ò, à, ài, ànno.
[6]
Restano le interiezioni, come oh! ha! hai! haimè! eh! uh!, dove il segno di cui discorriamo serve unicamente a indicare il tono particolare della espressione, insieme con quel povero punto esclamativo al quale si vuol dare l'ostracismo senza ragione.
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Noi non crediamo di doverlo dare nemmeno al segno dell'h, l'ostracismo!
[8]
È vero, è una lettera muta, scialba, priva di vita propria, ma pur merita riguardo, almeno per il fatto della sua veneranda età e della sua larga diffusione, essendo già esistita nella lingua latina e greca ed esistendo oggi presso tante lingue moderne.
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E poi c'è gente che le accorda simpatia perché sembra che una h bellamente insinuata in una parola le dia un non so che di esotico, e quindi una maggiore dignità.
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Il bel nome Teresa a qualche persona affetta da esterofila sembra più bello se scritto, alla tedesca o all'inglese, Theresa.
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Il cognome Tesauro, forma latineggiante di Tesoro, cui diede lustro uno studioso del diritto vissuto alla Corte di Emanuele Filiberto di Savoia, è un bel cognome, ma c'è chi crede di farlo ancora più insigne presentandolo nella forma, latineggiante appieno, di Thesauro.
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E c'è un nome di luogo che si fregia dell'h: esso è Thiene, importante cittadina industriale nel territorio di Vicenza.
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«Ma sapete voi così vi dicono nella regione perché porta quell'acca? Oh bella perché la porta Schio (un altro noto e fiorente centro industriale distante pochi chilometri): e Thiene non vuol essere da meno!».
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Gustosa satira del campanilismo persistente nel Bel Paese, e ad un tempo chiara dimostrazione che il segno della h, anch'esso persistente nella nostra lingua, val proprio un'acca.
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e. c. m

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